Nel 2020 l’afflusso di capitali esteri per l’acquisto di bond cinesi ha raggiunto la cifra record di 186 miliardi di dollari. Sono chiaramente poca cosa rispetto al totale del mercato interno che ammonta a circa 16.000 miliardi di dollari, ma l’apertura della Cina al mercato internazionale dei capitali è ancora all’inizio e la quota di bond cinesi detenuti da stranieri costituisce attualmente poco più del 3,3% della capitalizzazione complessiva del mercato del paese. Ne abbiamo ampiamente parlato qui https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2021/01/OSFI_Scenario_di_finanza_internazionale_n_9_dicembre_2020.pdf
La strategia della “doppia circolazione” che è stata ufficializzata dal piano quinquennale definito a ottobre dello scorso anno, prevede di riorientare la storica posizione di paese esportatore per concentrarsi maggiormente sui consumi e gli investimenti interni. Pare quindi in linea con questo obiettivo la maggiore apertura ad attrarre capitali sia sotto forma di investimenti diretti, per cui la Cina nel 2020 è stato uno dei pochi paesi con saldo netto positivo (ne abbiamo parlato qui https://www.dirittofuturo.org/?p=765 ) sia di investimenti di portafoglio. È bene evidenziare che l’afflusso di capitali finanziari per acquistare bond è stato sicuramente favorito nell’anno appena passato dall’azzeramento dei tassi di interesse da parte di tutti i paesi maturi (in modo particolare di quelli USA) e pare al momento non risentire della crescita record di default di alcune aziende statali nell’ultima parte dell’anno.
In Cina il movimento di capitali finanziari non è libero, anche se su quelli in ingresso il governo sta lentamente avviandosi ad una crescente apertura all’afflusso di capitali esteri, il che significherà inevitabilmente ridurre la quota destinata agli investitori istituzionali, in modo particolare delle banche che ne detengono il 70% del totale, questo è stato uno dei fattori più limitanti per la crescita della liquidità di questi strumenti (oltre che per la diffusione verso investitori non istituzionali, la quota in mano alla famiglie è di poco superiore all’1% del totale).
Ancora maggiori sono invece le limitazioni (e i controlli) riguardo l’uscita di capitali ed è tuttora in vigore il limite individuale di 50.000 USD di cambio in valuta straniera ogni anno, oltre che le restrizioni per i residenti ad investimenti in titoli esteri E’ tuttavia di questi giorni una dichiarazione ufficiale (https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3122432/china-mulls-allowing-investment-overseas-stocks-insurance ) riguardo il fatto che la Cina stia valutando la possibilità per i privati di investire in titoli esteri (pur nel limite dei 50.000 dollari annui). Se questa sia una mossa temporanea, magari volta a frenare l’impetuosa salita dello yuan rispetto al dollaro, che potrebbe in futuro sfavorire troppo le esportazioni cinesi, non è al momento dato saperlo, è però certo che, come abbiamo ampiamente esposto nel nostro ultimo report, la gestione delle riforme in ambito finanziario è uno degli aspetti più delicati per il suo futuro e di sicuro le mosse, più che guidate da scelte ideologiche, saranno ispirate dal pragmatismo e dalla gradualità a cui questo paese ci ha ormai abituati.
