GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA SUL MERCATO IMMOBILIARE

Se nel valutare l’effetto della pandemia sul mercato degli immobili ci si limitasse a prendere in considerazione quelli residenziali, nulla sembrerebbe successo, anzi, guardando sia all’Europa, sia in particolare agli USA, i prezzi medi delle abitazioni hanno continuato a salire nel 2020. Come mostrato nei grafici qui sotto i prezzi in Europa sono mediamente aumentati del 5%, seppur è importante notare le differenze tra paesi, con prezzi sostanzialmente stabili in alcuni casi (come Italia e Spagna) e altri che continuano nella salita degli anni precedenti intorno al 10% (come Germania e Olanda).

Ancora più marcato il trend dei prezzi in USA in cui si è tornati ad una salita del 10% annuo, incrementi che non si vedevano dal 2014, accompagnati peraltro da un picco anche nella vendita di nuove case.

Ben diversa invece la situazione che offre il settore degli immobili commerciali che è stato oggetto di analisi da parte dell’ultimo report di stabilità finanziaria globale del FMI.

Come mostrato nel grafico qui sotto, se i prezzi degli immobili industriali non hanno risentito della pandemia in Europa e USA, l’effetto su quelli adibiti ad ufficio e soprattutto quelli relativi alla vendita al dettaglio è stato sin qui piuttosto pesante, con cali dei prezzi, per questi ultimi, tra il 25% e il 20%.

Meno marcati per ora gli effetti sui prezzi degli immobili adibiti ad ufficio (che se in USA sono scesi poco meno del 10%, in Europa sono rimasti sostanzialmente stabili).

Oltre che sui prezzi l’effetto è stato ancor più marcato sul numero di compravendite e in questo caso ha riguardato tutti i settori e aree geografiche, come mostrato nella figura qui sotto, con cali del numero di transazioni nel settore turistico (Hotel) e retail (vendita al dettaglio) che ha raggiunto in alcune parti del mondo picchi tra il 60% e l’80%.

Difficile dire se tale tendenza sia destinata a rientrare al termine della pandemia, anche se tutte le informazioni che sin qui sono state raccolte riguardo il ricorso allo smart working e le intenzioni delle aziende in proposito da un lato e sulla crisi degli esercizi di vendita al dettaglio dall’altro, fanno pensare che l’epidemia di covid più che aver definito una soluzione di continuità rispetto al passato, abbia accelerato una tendenza, che riguarda le abitudini di acquisto e le modalità di lavoro, che era in divenire già prima e destinata a non interrompersi in seguito.

Tra i temi oggetto di analisi del report del FMI c’è però anche quello immediato sull’economia a seguito di una crisi debitoria che potrebbe derivare da un calo così marcato dei prezzi. Nel grafico qui sotto è mostrato l’andamento dei tassi di insolvenza (delinquency rate), quindi di ritardi nei pagamenti, riguardo il debito contratto per l’acquisto di immobili commerciali in USA, sia sotto forma di prestiti, sia di MBS (mortgage backed securities). Come si può vedere i tassi di insolvenza nel 2020 hanno superato i picchi del 2009 (che erano seguiti alla crisi dei mutui subprime).

I Mortgage Backed Security (MBS) sono titoli di debito emessi dalle banche per finanziarsi rivendendo i mutui ed immettendoli sul mercato sotto forma di titoli obbligazionari. Avendo come collaterale di garanzia i mutui stessi contratti dai clienti per acquistare immobili (commerciali in questo caso), se le rate non vengono pagate ciò impatta sul pagamento delle cedole degli MBS stessi. Il calo dei prezzi degli immobili, soprattutto, limita per le banche la possibilità di recuperare il denaro rispetto a colui che ha contratto il prestito e che si dimostrasse in ultima istanza impossibilitato a pagare. Il meccanismo è il medesimo che avviò la crisi dei mutui subprime (che riguardò però in buona misura gli immobili residenziali).

L’esposizione delle banche verso questo tipo di prestiti varia molto da paese a paese e può essere apprezzata nell’ultimo grafico qui sotto; in alcuni casi arriva a superare il 50% del totale dei prestiti del settore bancario alle imprese.

Clicca per votare questo articolo!
[Total: 4 Average: 5]

GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA SUL DEBITO CORPORATE

Il rapporto sulla stabilità finanziaria globale del FMI relativo al primo trimestre dell’anno evidenzia tra le altre cose alcuni degli effetti dell’epidemia di Covid 19 sul settore del debito delle aziende (corporate).

https://www.imf.org/en/Publications/GFSR/Issues/2021/04/06/global-financial-stability-report-april-2021

È interessante notare come se la situazione debitoria del settore rispetto al PIL sia ovviamente cresciuta (sia a causa della riduzione del PIL, sia della crescita del debito, come mostrato nella figura qui sotto), andando a creare condizioni che potrebbero mettere in pericolo la ripresa economica, d’altro canto lo scenario di rischio è piuttosto frastagliato a seconda del settore merceologico e della dimensione aziendale.

Se il 2020 è stato anche l’anno in cui si è raggiunto il picco nell’emissione di bond high yield e di default tra le medesime tipologie di aziende (in particolare in USA), quest’ultima tendenza, secondo il FMI, pare comunque inferiore ai timori iniziali e in miglioramento negli ultimi mesi.

Nello stesso tempo, tra le medesime aziende a basso rating è nel complesso migliorata la disponibilità di liquidità in rapporto al debito, molto probabilmente a seguito della maggiore facilità di credito favorita dalle politiche delle banche centrali e dal ricorso alle quotazioni in borsa che hanno raggiunto livelli record, specie in Nord America dove, dall’inizio della pandemia, sono state effettuate la metà delle IPO del pianeta.

È pur vero che tale accesso al credito e alla liquidità non è stato affatto uniforme, tanto che andando ad individuare le aziende in situazione di elevato stress di solvibilità (che evidenzia la mole di debito rispetto agli asset aziendali e la previsione circa la capacità dell’azienda di ripagare i debiti nel futuro) si nota una elevata differenza tra settori, ma soprattutto tra aziende di grandi, medie e piccole dimensioni, con queste ultime in evidente maggiore difficoltà rispetto alle prime e costrette quindi a ricorrere soprattutto al sostegno delle politiche dei governi più che al credito bancario. I settori più colpiti sono quelli energetico, servizi, trasporti e immobiliare. 

Come abbiamo già detto, tra gli altri, nel nostro ultimo report https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2021/04/Rapporto-OSFI-10-Marzo-2021.pdf  i livelli di indebitamento raggiunti, come paiono confermare i numeri sopra mostrati, non sembrano permettere ora passi falsi da parte delle banche centrali. L’incognita principale (oltre ovviamente alla conferma del rimbalzo economico previsto) è che eventuali deviazioni dalle attuali politiche monetarie (che sino ad ora hanno permesso che la situazione non precipitasse), qualora ci fossero, sarebbero dovute molto probabilmente, più che ad errori nella politica monetaria, alla pressione al rialzo di una variabile economica, l’andamento dell’inflazione che, negli ultimi anni, ha mostrato di rispondere a logiche che le teorie più accreditate spesso non paiono essere state in grado di spiegare né, tanto meno, le banche centrali, di gestire nella direzione desiderata.

Clicca per votare questo articolo!
[Total: 3 Average: 5]

DOLLARO USA, UN DECLINO INEVITABILE?

Il fondo monetario internazionale ha aggiornato i dati sulla composizione ufficiale delle riserve valutarie (COFER) relative all’ultimo trimestre del 2020. Come mostrato in figura la componente delle riserve valutarie in dollari, ora al 59% (era al 60,5% nel precedente trimestre), è in calo da alcuni anni, ma comunque superiore ai minimi del 1991 (quando queste erano scese sotto il 50%).

Che cosa è la riserva valutaria di una banca centrale?

Essa è una delle componenti degli attivi della banca ed è costituita da depositi o titoli in valuta estera. L’accumulo di riserve valutarie può essere visto come una forma di garanzia che le banche detengono per poter finanziare, quando necessario, il deficit delle partite correnti, oppure per difendere il proprio cambio che eventualmente si apprezza o si deprezza troppo (rispettivamente accrescendole o riducendole).

Le riserve valutarie saranno influenzate dagli scambi con l’estero: se gli scambi con l’estero sono in attivo (ad esempio si esporta e si ricevono flussi di reddito dall’estero più di quanti ne escano e di quanto si importi) le riserve tenderanno a crescere, viceversa se il paese è in deficit le riserve tenderanno a diminuire.  È evidente quindi che ogni paese tenderà a detenere una proporzione tra valute estere funzione della diffusione di quelle valute negli scambi internazionali (e come abbiamo visto al momento la quota di dollari nelle riserve è del 59%).

Possiamo vedere la crescita o la diminuzione della valuta di riserva detenuta da un paese come il risultato di almeno due fattori: il primo sono i flussi di denaro che derivano dagli scambi commerciali o di reddito con l’estero il cui debito non viene finanziato dai privati e diventa quindi valuta di riserva, il secondo è la dimensione dell’economia di un paese.

Riguardo il primo fattore facciamo questo esempio: se un paese importa dei beni (ad esempio gli USA) dal Giappone, il denaro che l’azienda giapponese incasserà (in dollari) potrà essere depositato presso una banca USA, oppure potrà essere rimpatriato e cambiato in Yen. Nel primo caso il denaro diventerà un debito della banca USA verso un privato giapponese, nel secondo caso invece la banca centrale giapponese incasserà dollari (accrescendo le sue riserve valutarie) e pagherà all’esportatore giapponese yen. Mentre nel primo caso l’indebitamento USA è cresciuto sotto forma di un debito verso un privato (l’esportatore che ha lasciato il denaro presso una banca in USA), nel secondo invece il debito sarà cresciuto sotto la forma dell’aumento delle riserve valutarie (in dollari) della banca giapponese (che ugualmente depositerà i dollari in una banca USA, ma saranno denominati come riserve). Tendenzialmente, quindi, un paese esportatore potrà con più facilità veder crescere le sue riserve in valuta estera, e viceversa per un paese importatore.

Riguardo il secondo fattore, se consideriamo che la valuta di riserva è una sorta di “garanzia” per poter finanziare le proprie importazioni e per difendere il proprio cambio, va da sé che una crescita dell’economia del paese (e quindi delle sue importazioni) implicherà un prudenziale crescente accumulo di riserve. Lo stesso vale in qualche modo per l’intero pianeta: la crescita complessiva della sua economia implicherà una crescita (tendenziale) delle riserve complessive in valuta estera.

La posizione dominante del dollaro USA come principale valuta di riserva (il principale concorrente del dollaro è l’euro, la cui quota nelle riserve ufficiali è al momento limitata al 21%) e in generale come valuta egemone nel pianeta, ha fornito, dal dopoguerra ad oggi, indubbi vantaggi a questo paese.

L’elevata richiesta di dollari, per il commercio internazionale (otre il 45% è in dollari) e sotto forma di valuta di riserva, permette agli USA di avere costi di finanziamento relativamente bassi e poter emettere debito e stampare moneta senza preoccuparsi eccessivamente sia del deprezzamento della loro valuta sia dei costi e dell’ammontare del debito stesso (anche quello verso l’estero). Per dirla in maniera più semplice, ci sarà sempre qualcuno pronto a venire incontro all’offerta di valuta e di debito USA.

Il fatto di essere titolare della valuta più scambiata evita agli USA di doversi preoccupare di detenere quote consistenti di valuta di riserva dato che potrà commerciare in buona parte con la valuta che emette evitando quindi i costi di cambio e buona parte delle incertezze dovute al cambio stesso. Nel momento in cui una buona parte degli scambi internazionali avvengono in dollari e il dollaro è ovunque accettato, l’esigenza di detenere una quota di valuta estera di riserva per commerciare e a scopo prudenziale per non incorrere in quella che viene definita una “crisi della bilancia dei pagamenti” è molto più bassa che in altri paesi (basti dire che tutti gli scambi in materie prime avvengono ancora in questa valuta) e non è un caso che gli Usa di riserve valutarie ne detengano molto poche. A questo si aggiunge il vantaggio politico nel poter controllare, tramite il proprio sistema bancario, i finanziamenti in dollari (è la Federal Reserve che in ultima istanza stampa questa valuta e sono le banche americane quelle da cui possono arrivare i finanziamenti in dollari). Gli Usa possono quindi facilmente decidere di bloccare il flusso della principale valuta mondiale nel caso in cui ritengano di dover “punire” qualche paese a loro ostile (sul controllo dei finanziamenti si basa innanzitutto il successo delle politiche di embarghi e sanzioni). 

Ma qual è il futuro del dollaro USA e in quale misura è destinato a durare come valuta egemone?

Quanti sostengono inevitabile, in tempi più o meno brevi, un suo tramonto, lo fanno sulla base di due principali argomentazioni. La prima è il crescente debito USA (sia interno, sia verso l’estero) con cui negli ultimi 40 anni il paese ha alimentato la propria crescita economica. Il problema è che la prosecuzione di una simile politica rischia di far perdere agli asset (e alla valuta) americani, progressivamente valore, sino a non essere più riconosciuti come asset sicuro e “risk free”.

Il problema degli USA è però difficilmente risolvibile, e qui arriviamo alla seconda argomentazione, perché anche qualora gli USA smettessero di indebitarsi con l’estero, smetterebbero così di fornire la liquidità al pianeta per alimentare la crescita e le riserve valutarie di cui il sistema necessita e il ruolo del dollaro sarebbe progressivamente sostituito da qualche altra valuta. Se è vero quindi che il mondo necessita di valuta di riserva per finanziare i propri scambi commerciali, il destino del paese che la possiede è quello di accrescerla almeno in misura eguale alla crescita dell’economia mondiale. Il problema principale è che la crescita del PIL USA è decisamente inferiore a quella del PIL mondiale, quindi le alternative sono due: o gli USA sono destinati ad accrescere il proprio deficit con l’estero in maniera illimitata (sino a che diverrà insostenibile, insieme al debito complessivo) oppure il ruolo del dollaro tenderà progressivamente ad indebolirsi sino ad essere scalzato da altri.

Queste argomentazioni (che ciclicamente ritornano da almeno 20 anni, senza che nulla sino ad ora sia accaduto) si espongono a nostro parere ad alcune critiche fondate. Riguardo la prima (debito e deficit estero stanno diventando insostenibili), se è vero che il deficit USA rispetto all’estero è in costante crescita dagli anni ’80 ed è arrivato a creare una posizione finanziaria netta negativa per 14.000 miliardi di dollari (pari al 62% del suo PIL attuale), è anche vero che questa crescita è dal 2006 in costante rallentamento (rispetto al PIL). Anche pensando al debito pubblico, se è vero che esso è raddoppiato rispetto al 2008, arrivando nel corso del 2020 a superare il 130% rispetto al PIL (il rapporto è tuttavia destinato a calare nel corso del 2021), è anche vero che ci sono esempi di paesi che ne hanno uno quasi doppio e pur con crescita del PIL inferiore non danno per ora alcun tipo di preoccupazione di sostenibilità (stiamo parlando del Giappone).

Soprattutto, nonostante tale deficit estero e debito, non esistono al momento segnali di un calo della fiducia nella valuta americana e nel loro debito, e questo è apparso tanto più chiaro nei mesi successivo lo scoppio della pandemia nel 2020, in cui è salita alle stelle la richiesta di dollari (e di treasury) da parte dei mercati, tanto da costringere la Federal Reserve a riaprire (come già era stato durante la crisi dei mutui subprime) delle linee di credito dedicate (swap lines) che permettessero alle principali banche centrali di approvvigionarsi di dollari direttamente invece che passare dal mercato (in cui questi scarseggiavano).

Riguardo la seconda argomentazione (il crescente debito e deficit USA sono inevitabili per mantenere una posizione di valuta egemone e di riserva), pare altrettanto quantomeno dubbia la sua fondatezza. Non solo, infatti, non si evidenzia dal dopoguerra ad oggi alcuna correlazione degna di nota tra il deficit USA e la loro posizione di valuta di riserva, anzi, la diffusione del dollaro nei tempi in cui il paese era in surplus era ben maggiore di quella attuale, ma soprattutto, la quantità di liabilities in circolazione denominati in una certa valuta (ad esempio in dollari) non sono per forza debito del medesimo paese che emette quella valuta, e sta proprio qui la forza di una valuta egemone, nel fatto che anche paesi che non la emettono possono decidere di “creare debito” in quella medesima valuta, senza che le liabilities del paese che tale valuta emette (in questo caso gli USA) crescano. Non è un caso che il debito in circolazione nel mondo denominato in dollari sia ben superiore al debito effettivo degli USA. Secondo i dati forniti dalla BIS, su oltre 50.000 miliardi di titoli di debito denominati in dollari, poco più i 40.000 sono debito USA, quindi circa 10.000 non lo sono e a questo si vanno a sommare gli “almeno” 6000 miliardi di depositi bancari emessi in dollari fuori dagli USA. Insomma, la crescita della quantità di liabilities in dollari (disponibili per divenire valuta di riserva) non è solamente correlata con l’indebitamento USA e la loro quantità può crescere senza che cresca l’indebitamento del paese sovrano che emette dollari.

Come ultima argomentazione si può osservare che, non solo la Cina sia riuscita ad affermare una crescita (seppur modesta) del ruolo della sua valuta negli ultimi anni (passando dallo 0 al 2,5% nel paniere delle riserve ufficiali), nonostante un saldo con l’estero costantemente positivo, ma soprattutto, l’euro non pare aver patito la crescita del surplus commerciale europeo in termini di diffusione (timore che invece esisteva quando questa valuta fu creata).

Insomma, anche se gli USA dovessero porre fine alla crescita del loro debito e deficit (con scelte politiche che peraltro da alcuni anni stanno già tentando di fare, seppur con scarso successo per il momento), se è vero che questo sarebbe un cambio di paradigma economico (e finanziario) per il pianeta, non per forza significherebbe la fine del dominio della loro valuta.

Il successo del dollaro, del resto, non va ricercato solo andando ad analizzare il loro sistema economico e finanziario, ma anche estendendo la visione oltre: da un lato alla capacità del paese di mantenere una egemonia globale, che non si basa solo sulla forza economica e finanziaria, ma anche sull’egemonia politica e militare (le due cose si muovono in maniera parallela e si rafforzano a vicenda) e dall’altro dando uno sguardo a quelli che potrebbero essere i suoi competitor. La diffusione di una valuta è frutto non solo di un cambio di abitudini da parte degli operatori economici, ma anche della “fiducia” del sistema nella stabilità di chi la emette, fiducia che, per motivi opposti, né l’euro, né lo Yuan paiono ancor aver acquisito a sufficienza.

Per un maggiore approfondimento sul sistema finanziario USA e sul ruolo del dollaro nel sistema valutario, potete fare riferimento a questo nostro report.

https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2021/04/Supplemento-al-Rapporto-OSFI-10-Marzo-2021.pdf

Clicca per votare questo articolo!
[Total: 5 Average: 4.8]

IL CAMMINO INTERNAZIONALE DEL RENMINBI

Se la diffusione del dollaro americano nel mondo rappresenta un caso di sovra rappresentazione rispetto alla reale forza dell’economia statunitense, la valuta cinese, il renminbi (detto anche yuan) è, all’esatto opposto, assai poco diffuso rispetto al ruolo di seconda potenza economica che il dragone ha raggiunto. Se il PIL cinese è circa il 13% di quello mondiale, la sua valuta ha una importanza ancora marginale negli scambi valutari stessi, nel commercio internazionale e negli investimenti internazionali di capitali. Questo è il risultato di una scelta delle autorità cinesi che hanno sempre adottato una politica di controllo dei capitali e del tasso di cambio. Nonostante le limitate aperture su entrambi i fronti, il governo cinese tuttora esercita un forte controllo sui capitali in entrata e in uscita nel paese ponendo limiti e controlli sui privati e alle imprese per l’uscita degli stessi ed esercitando un controllo, tramite autorizzazione, sulle istituzioni che possono investire in Cina.

Le ragioni di questa scelta si legano alla storia economica del paese degli ultimi 40 anni e fanno un tutt’uno con una scelta del governo di aprire all’economia di mercato e agli investimenti esteri pur mantenendo la guida dell’indirizzo economico e degli investimenti stessi in mano al governo e dunque al Partito Comunista. Permettere una libera circolazione di capitali esporrebbe il paese ad alcuni rischi che sono sino ad ora stati incompatibili con le scelte del governo. In primis, il sistema bancario, vera istituzione cardine del sistema finanziario del paese e principale veicolo delle politiche di crescita economica, non reggerebbe una fuoriuscita di capitali ad opera degli investitori e risparmiatori interni. Il sistema potrebbe avere seri contraccolpi soprattutto in caso di crisi finanziarie internazionali, rischiando fenomeni di fuga di capitali. Allo stesso tempo un afflusso di capitali incontrollato rischierebbe di far perdere il controllo del valore della valuta rendendo quindi meno competitive le esportazioni del paese, uno dei cardini su cui si è basato il modello di crescita cinese, almeno sino ad ora. Con lo stesso obiettivo (non perdere il controllo del valore del tasso di cambio, in particolare verso il dollaro), il governo cinese ha, dalla fine degli anni ’70, in diversi modi cercato di controllare il renminbi. Inizialmente operando una forte svalutazione rispetto al periodo dell’epoca di Mao, poi adottando un sistema di “peg” (cambio fisso) verso il dollaro e poi, arrivando ai giorni nostri, creando una banda di oscillazione giornaliera (attualmente del 2%) oltre la quale la banca può intervenire (a rialzo o a ribasso) per far rientrare le oscillazioni entro il limite massimo concesso. In questo scenario la banca centrale cinese si riserva di intervenire nel caso di eventuali crisi finanziarie o valutarie che rischiano di provocare eccessiva instabilità (è successo nel 2015), operazioni che non sono mai state un problema per la banca cinese, dato che il costante surplus della bilancia commerciale ha permesso alla Cina di accumulare ingenti riserve valutarie, soprattutto in dollari, con cui ha potuto operare tali, eventualmente necessarie, operazioni di difesa del cambio.

Eppure, nel corso degli anni i dirigenti cinesi si sono posti il problema di rafforzare il ruolo della propria valuta sul mercato internazionale, pur non rinunciando a nessuna delle opzioni su cui in questi anni hanno basato la loro politica finanziaria, in modo particolare il controllo del flusso di capitali. Il motivo per cui queste politiche hanno limitato l’utilizzo del renminbi all’estero è abbastanza intuitivo: è difficile che gli operatori esteri decidano di utilizzare per gli scambi (e soprattutto per gli investimenti) una valuta che difficilmente potrà essere utilizzata se non per commerciare con la Cina, dato che una volta entrato in possesso di renminbi un operatore non sa se e in quale misura potrà riutilizzarli o investirli, visto che il mercato dei capitali è limitato in ingresso e la possibilità di investire in obbligazioni o azioni cinesi (anche quelle quotate all’estero, definite off-shore) è ancora limitato per i non residenti. A questo si aggiunge ovviamente il fatto che il valore del renminbi stesso è affidato in parte alla politica monetaria della Banca centrale cinese (che in alcune fasi è in passato intervenuta pesantemente) più che al valore che il mercato potrebbe prezzare.

L’interesse delle autorità cinesi a definire un ruolo internazionale per il renminbi e che negli anni le ha via via portate a cercare di renderlo più attrattivo ha soprattutto a che fare con i costi che la scarsa diffusione del renminbi a livello internazionale porta con sé. Il fatto che il renminbi sia utilizzato ancora poco negli scambi internazionali implica la necessità di effettuare gli scambi con l’estero in altre valute e dover quindi sostenere elevati costi di transazione (per cambiare i renminbi in dollari) e tra le conseguenze ci sono quelle di ritrovarsi con ingenti riserve valutarie, con le quali tra l’altro si finanziano le proprie importazioni (che avvengono prevalentemente in dollari); riserve che però, in grosse quantità, espongono il paese al rischio di perdite a fronte di una svalutazione del dollaro, oltre che essere, nei fatti, una forma di finanziamento verso il paese che sempre più è diventato un antagonista geopolitico. Da non sottovalutare sono anche le difficoltà che si avranno nel momento in cui si dovesse avere bisogno di indebitarsi verso l’estero (per finanziarsi) e non lo si potrà fare nella propria valuta (dato che difficilmente i prestatori esteri si vorranno accollare il rischio di fare credito in renminbi che sono considerati una valuta debole e dal valore al termine del prestito incerto). Limitate sono anche le possibilità di prestare denaro a paesi esteri nella loro valuta (per compensare i crediti in valuta straniera), se non prestando a paesi in condizioni finanziarie disagiate e con elevate possibilità di non restituzione del prestito. Infine, nei momenti di crisi internazionale (come lo fu la fine del 2008 e i mesi successivi al marzo 2020), si rischia di essere eccessivamente esposti a una mancanza di dollari (come normalmente succede in queste fasi), valuta che è “stampata” dal principale concorrente egemonico.

Insomma, a partire almeno dal 2009, anno in cui la Cina raggiunse un picco di riserve estere in dollari e in cui per un periodo vennero a mancare i dollari nel sistema a seguito della crisi dei mutui subprime, il governo cinese si è posto il problema (senza pur mai ufficializzarlo in nessun documento) di accrescere la diffusione della sua valuta, cercando così di limitare la sua dipendenza dai dollari (al fine di non incorrere nei problemi appena esposti). Le mosse fatte sono andate in due precise direzioni: la prima è di accrescere l’uso della propria valuta negli scambi commerciali e il secondo di cercare di farla diventare una valuta di investimento internazionale.

Dal 2010 una delle prime mosse del governo cinese per cercare di incentivare l’utilizzo del renminbi come valuta di scambio fu quella di iniziare ad autorizzare alcune aziende ad effettuare scambi fuori dalla Cina in quella valuta (utilizzando prevalentemente il mercato di Hong Kong), ma i risultati non furono soddisfacenti, dato che l’utilizzo veniva limitato agli scambi commerciali, ma difficilmente gli operatori esteri detenevano i renminbi al di là dello stretto necessario per le attività di scambio, non avendo poi possibilità di investirli. La consapevolezza di questo limite indusse le autorità cinesi a lanciare una nuova valuta, il renminbi off-shore, che era pienamente flessibile e convertibile, ed utilizzabile esclusivamente all’esterno del paese.

L’utilizzo del renminbi off-shore (la sua sigla è CNY, per distinguerlo da quello on-shore, CNH) ha accresciuto la circolazione del renminbi e nel 2016 lo stesso è entrato a far parte delle valute di riserva del FMI.  Nello stesso tempo sono stati aperti centri di scambio in renminbi off-shore anche in alcuni paesi occidentali come UK, Germania, Canada, al di là delle aree limitrofe alla Cina come Hong Kong, Taipei, Seul e Singapore, in cui avviene la gran parte degli scambi e sono presenti la maggior parte dei depositi. Le restrizioni del governo al movimento di capitali comunque rimangono e la liquidità del renminbi off-shore è limitata (circa lo 0,7% dell’offerta di moneta circolante in renminbi onshore, il 2% del suo PIL e meno del 10% delle riserve valutarie del paese). Rimangono ovviamente le restrizioni al rimpatrio di capitali da parte degli stranieri che disincentivano gli operatori ad utilizzarlo per investire in Cina, esso continua quindi ad essere utilizzato prevalentemente come mezzo di scambio.

Se la quota di renminbi off-shore utilizzati per gli scambi con la Cina è aumentata sino a raggiungere la quota del 20% (era del 2% circa nel 2010), rimane pure limitata la quota nel totale degli scambi internazionali (inferiore al 2%) nonostante la Cina abbia recentemente creato un suo sistema di pagamento che vuole essere alternativo al sistema SWIFT. Limitata è anche la quota di riserve estere detenute in renminbi (inferiore al 2% del totale, a fronte di un 60% in USD e un 20% in euro).

In conclusione, pur avendo fatto molti passi avanti nella sua diffusione, il renminbi pare orientato a poter diventare per ora solo una valuta regionale (il 90% degli scambi avvengono nelle aree limitrofe alla Cina). Lo strumento dell’utilizzo di una doppia valuta è visto del resto, nelle intenzioni del governo, come un passo intermedio e non definitivo per una maggiore diffusione della propria moneta. Nello stesso tempo, la consapevolezza delle riforme che sarebbero necessarie renderà comunque molto graduale il cammino verso la rinuncia al principale strumento che nei fatti ne rende difficoltosa una maggiore diffusione a livello internazionale: il controllo del movimento dei capitali.

Per un approfondimento su sistema finanziario della Cina potete fare riferimento a questo nostro report:

https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2021/01/OSFI_Scenario_di_finanza_internazionale_n_9_dicembre_2020.pdf

Clicca per votare questo articolo!
[Total: 7 Average: 5]

LA FEDERAL RESERVE E I TASSI DI INTERESSE: COSA E’ IL DOT PLOT

Nelle giornate del 16 e 17 marzo si è tenuta la riunione del FOMC della Federal Reserve. Il FOMC (Federal Open Market Committee) è un organo che si riunisce otto volte all’anno, costituito da 12 membri, tra cui i 7 membri permanenti di nomina presidenziale. Durante le sue riunioni vengono definite le cosiddette politiche di mercato aperto, tramite le quali la Federal Reserve influenza il tasso di interesse principale, il cosiddetto Fed funds rate, che è il tasso interbancario a cui le banche e altri operatori finanziari si prestano denaro tra loro. Ne abbiamo parlato in maniera approfondita in questo articolo. https://www.dirittofuturo.org/?p=884

Un documento che viene prodotto dal FOMC trimestralmente è il cosiddetto “dot plot” in cui (come mostrato nell’immagine che abbiamo allegato), tramite dei puntini, i membri del cosiddetto Board of Governors (costituito da 19 membri, quindi un organo più allargato del FOMC, che include tutti i rappresentanti delle 12 banche del Federal Reserve System) indicano, per i tre anni successivi, le loro aspettative riguardo il range in cui si troveranno i Fed funds rate. Oltre a questo, vengono indicate anche le aspettative di lungo periodo che riguardano il picco di tasso che i membri si attendono nel momento in cui la politica monetaria della banca centrale sarà normalizzata (e quindi verranno meno le manovre espansive in corso). Il documento è sempre molto atteso perché, oltre a dare ai mercati la sensazione di quali siano le opinioni della Fed, influisce sulla decisione sui tassi stessi.

L’ultimo “dot plot” rilasciato evidenzia come tutti i membri che hanno espresso una indicazione (18) prevedano tassi invariati nel 2021 e sino al 2023 la maggioranza di loro continui a vederli nel range tra 0 e 0,25%. Stando alle attuali previsioni i tassi potrebbero variare solo a partire dal 2024. È evidente che tali aspettative possono mutare sulla base di diversi fattori, come la crescita economica, l’inflazione, l’occupazione e la stabilità finanziaria dell’intero sistema degli Stati Uniti (e non solo, dato che come sappiamo l’influenza delle decisioni della Fed arriva ben al di là dei confini del paese di cui definisce, direttamente, le politiche monetarie).

Clicca per votare questo articolo!
[Total: 8 Average: 4.9]

ISTAT: CRESCONO I DIVARI DI GENERE NEL MERCATO DEL LAVORO

I dati dell’Istat relativi al IV trimestre 2020 presentati il 12 marzo 2021 ( https://www.istat.it/it/files//2021/03/Mercato_lavoro_IV_trim_2020.pdf)  evidenziano come la situazione del mercato del lavoro sia ancora ampiamente influenzata dalle misure di contenimento del COVID-19, anche se si intravede qualche miglioramento nel numero di occupati rispetto al trimestre precedente. Cresce infatti il numero di occupati di 54 mila unità, grazie soprattutto all’aumento dei lavoratori a tempo indeterminato, che supera il calo dei dipendenti a termine. I disoccupati scendono di 122 mila unità e gli inattivi sono 10 mila in meno. Ma gli occupati sono ancora 1,8% in meno e gli inattivi il 3,1% in più rispetto al IV trimestre 2019.

I divari di genere sul mercato del lavoro italiano, seppure molto elevati, nell’ultimo decennio e fino allo scoppio della pandemia si stavano lentamente riducendo. Ora i dati mostrano evidenti segnali di peggioramento della situazione occupazionale delle donne.

Nelle tavole presentate dall’Istat emergono infatti dati allarmanti relativi ai divari di genere. Il tasso di occupazione maschile è del 67,3%, quello femminile è del 49,4%. Il tasso di inattività femminile è del 44,8% e quello maschile del 25,9%. La crescita del tasso di inattività nell’ultimo trimestre del 2020 rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente è di +1,5 punti per le donne e +0,9 punti per gli uomini. Se consideriamo poi i motivi dell’inattività, i divari di genere più evidenti riguardano i motivi familiari. Nell’ultimo trimestre 2020 non hanno cercato lavoro per motivi familiari 131 mila uomini (-4,8% rispetto allo stesso trimestre 2019) e 2.884 mila donne (+ 3,3% in più rispetto al IV trimestre 2019).  Anche il fenomeno dello scoraggiamento (cioè la convinzione di non riuscire a trovare lavoro) coinvolge le donne (+845 mila) più che gli uomini (+568 mila) e in un anno è cresciuto dell’8,3% per le donne e del 3,8% per gli uomini.

Clicca per votare questo articolo!
[Total: 6 Average: 5]

I TASSI DI INTERESSE DELLA BCE

La BCE definisce ogni sei settimane i tassi di interesse che guidano le politiche di finanziamento del sistema bancario e quindi dell’economia dell’intera eurozona.

Quali sono questi tassi e quale è la logica di politica monetaria che vi è sottesa da qualche anno a questa parte?

TASSO SULLE OPERAZIONI DI RIFINANZIMENTO PRINCIPALI: questo è il tasso per i prestiti che la BCE fa alle banche sulle operazioni di prestito della durata di una settimana. Esso è attualmente a zero. Questi tassi raggiunsero il massimo nel 2008 ed arrivarono sino al 4,25%. A seguito della crisi dei mutui subprime iniziarono ad essere abbassati e dal marzo 2016 si trovano a 0. Le banche non hanno quindi costi per questo tipo di operazioni.

TASSO SULLE OPERAZIONI DI RIFINANZIAMENTO MARGINALI: questo è il tasso per i prestiti che la BCE fa alle banche sulle operazioni di prestito overnight (cioè in cui la restituzione del denaro preso a prestito avviene entro la giornata successiva). Esso è attualmente positivo per lo 0,25%, con un processo di progressiva discesa che, analogamente al tasso precedente, parte dal 2008.

TASSO DI INTERESSE SUI DEPOSITI PRESSO LA BCE (TASSO DI DEPOSITO OVERNIGHT): tutte le banche dispongono di cosiddette riserve che non sono altro che il denaro depositato sui conti correnti che non viene prestato, ma diviene appunto riserva bancaria. Una prima quota sono le cosiddette riserve obbligatorie, cioè quelle che le banche sono obbligate a tenere depositate presso la banca centrale del paese di appartenenza, come forma di garanzia. Il calcolo non viene fatto giornalmente, ma sulla media delle ultime sei settimane. Dal gennaio del 2012 la quota di riserva obbligatoria delle banche è dell’1% delle loro passività (prevalentemente costituite dai depositi della clientela). Su questa quota le banche centrali ricevono una remunerazione teorica, che però da tempo è pari a zero.

Per quello che riguarda invece le riserve eccedenti la riserva obbligatoria, queste sono depositate presso la BCE e la remunerazione è invece stabilita dal cosiddetto tasso di deposito overnight. Tale tasso è attualmente negativo: -0,5% ed è stato progressivamente abbassato dal 2014 ad oggi (quando per la prima volta divenne negativo dello 0,1%). Ciò significa che le banche devono pagare per tenere depositato il loro denaro nottetempo presso la BCE. Tale manovra è evidentemente finalizzata a disincentivare le banche dal tenere del denaro fermo senza prestarlo. Questo, se da un lato ha degli effetti negativi sulla redditività delle banche, che col tempo finiscono inevitabilmente con il ricaricare questi costi sui clienti, dall’altro dovrebbe essere un incentivo per le banche stesse a prestare denaro. Per un approfondimento sui tassi di interesse negativi potete scaricare questo nostro report

https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2020/04/OSFI_Scenario_di_finanza_internazionale_n_4_settembre_2019.pdf

La stessa logica, incentivare i prestiti a famiglie e imprese, è sottesa alle operazioni di finanziamento agevolato alle banche (TLTROIII e PELTRO) attualmente in corso, per le quali le banche vengono addirittura remunerate per prestare denaro. Ne abbiamo parlato nel dettaglio qui https://www.dirittofuturo.org/?p=987

Clicca per votare questo articolo!
[Total: 6 Average: 5]

BCE: una sintesi delle manovre monetarie in corso

A seguito della riunione della BCE di giovedì 11 marzo, Christine Lagarde ha annunciato che il passo di acquisti del piano pandemico PEPP potrebbe accelerare, pur nell’ambito della cifra complessiva a suo tempo stabilita di 1850 miliardi di euro. Ma quali sono le manovre monetarie in corso da parte della BCE? Alcune sono precedenti al periodo pandemico e proseguiranno sino almeno al 2022. Proviamo a fare una sintesi.

TLTRO III (targeted long term refinancing operations): si tratta di prestiti agevolati al sistema bancario della durata sino a 4 anni, partiti nel settembre del 2019 ed emessi con cadenza trimestrale sino al giugno del 2022. Si tratta del terzo programma di questo tipo, i due precedenti furono lanciati nel 2014 e nel 2016. I finanziamenti sono concessi tramite meccanismo di asta e sono “a target” dato che sono funzione dei prestiti che le banche hanno precedentemente concesso a imprese e famiglie. I tassi di interesse concessi sono inferiori allo 0,5% dei tassi medi di rifinanziamento del periodo (i tassi a cui normalmente le banche sottoscrivono prestiti di breve termine per ottenere liquidità) e possono scendere ulteriormente in base ai target di prestiti che le banche raggiungeranno e sono in questo momento quindi di fatto negativi. In sostanza la BCE paga le banche per incentivarle a fare prestiti.

PELTRO (pandemic emergency longer-term refinancing operations): si tratta di un programma di finanziamenti alle banche lanciato in occasione della crisi pandemica nell’aprile 2020 con prestiti alle banche “per sostenere le condizioni di liquidità del sistema finanziario dell’area dell’euro e contribuire a preservare l’ordinato funzionamento dei mercati monetari fornendo un efficace supporto di liquidità”. Queste operazioni hanno quindi l’obiettivo di fornire liquidità al sistema bancario (e a differenza delle TLTRO non vengono effettuati sulla base di un target definito). Inizialmente previste sino al 2020, sono state estese anche al 2021. I tassi di interesse sono dello 0,25% inferiori rispetto ai tassi medi di rifinanziamento.

APP (asset purchase programme): col noto programma di quantitative easing avviato nel 2015, la BCE arrivò ad acquistare sino a 80 miliardi di euro al mese di titoli governativi e privati. Gli acquisti diminuirono progressivamente per poi essere sospesi (al netto del reinvestimento delle cedole incassate) nel dicembre 2018, ma furono riavviati nel novembre del 2019 con acquisti di 20 miliardi di euro al mese. Il programma è tutt’ora in corso e non è al momento prevista una scadenza.

PEPP (pandemic emergency purchase programme): il piano pandemico di acquisto di titoli fu fissato in una cifra complessiva iniziale di 750 miliardi e poi incrementato sino a un ammontare massimo complessivo di 1850. In questo caso gli acquisti non sono fissi, ma flessibili e non termineranno comunque prima del marzo 2022. Al momento la media degli acquisti, dopo circa un anno dall’inizio del programma, è stata di 18 miliardi a settimana, ma con acquisti decrescenti negli ultimi mesi, e una spesa quindi di circa la metà dell’intero programma previsto.

Per dare un’idea della portata e dell’impatto di questi programmi di allentamento monetario, è utile considerare che il bilancio della BCE è passato da circa 2000 miliardi di euro del 2015 agli attuali 7100 (quindi più che triplicato), cifra che si avvicina al 60% del PIL dell’eurozona.

Clicca per votare questo articolo!
[Total: 5 Average: 5]

GLI OBIETTIVI ECONOMICI DELLA CINA PER IL 2021

In un report governativo del suo Premier Li Keqiang, venerdì scorso la Cina ha comunicato gli obiettivi economici del paese per il 2021.

Secondo le aspettative il PIL crescerà del 6%, passo che sostanzialmente riprende quello interrotto dalla crisi pandemica, dato che la crescita fu la medesima nel 2019. Il 2020 pur si è chiuso con un risultato che, unico tra le grandi economie, rimane positivo del 2,3%.

Tra gli altri target definiti dal governo, un livello del 5,5% di disoccupazione urbana (nel 2020 è stato del 5,6%) e la creazione nelle medesime aree di 11 milioni di posti di lavoro, evidentemente da raggiungere attraverso la migrazione dalle aree agricole. In leggera crescita è prevista l’inflazione, al 3% rispetto al 2,5% del 2020.

E’ bene ricordare come in questo mese verrà approvato il piano quinquennale 2021 – 2025, i cui contenuti sono stati anticipati nell’ottobre scorso, con la definizione della strategia della doppia circolazione, che sancisce una ridefinizione degli obiettivi economici, più orientati verso l’interno che verso le esportazioni e la creazione di surplus commerciale, puntando invece soprattutto su maggiori investimenti finalizzati ad ottenere l’indipendenza tecnologica oltre che un aumento del tenore di vita della popolazione e la crescita della classe media. Ne abbiamo parlato qui https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2021/01/OSFI_Scenario_di_finanza_internazionale_n_9_dicembre_2020.pdf

Coerentemente con questa impostazione il report governativo comunicato da Li Keqiang parla esplicitamente di un “sostanziale equilibrio della bilancia dei pagamenti” che bisognerà vedere se sarà confermato dai numeri reali di fine anno, dato che sarebbe la prima volta che ciò accade. E opportuno dire che tale direzione era in parte in divenire da alcuni anni, con una progressiva riduzione del surplus cinese (valutato rispetto al PIL) che nel 2007 arrivò a superare il 10% a fronte di un 2,1% stimato dall’IFO per il 2020. Nonostante questa diminuzione, relativa, del suo surplus, secondo le stime del medesimo istituto tedesco, nel 2020 la Cina ha per la prima volta superato, in valore assoluto, anche il surplus della Germania.

Clicca per votare questo articolo!
[Total: 5 Average: 5]

IL COEFFICIENTE DI GINI E LE DISEGUAGLIANZE DI REDDITO

Il coefficiente di Gini in Italia, alla fine del 2019, era pari a 34,8 ed è ulteriormente cresciuto nel corso del 2020 a seguito della pandemia. Il dato è stato citato da Mario Draghi nel discorso fatto in senato a seguito dell’insediamento del nuovo governo.

Che cosa è il coefficiente di Gini?

Introdotto dallo statistico Corrado Gini nel secolo scorso, il coefficiente è in sé una misura di distribuzione che viene usata per valutare le diseguaglianze di reddito nella popolazione. Il coefficiente può oscillare da un valore teorico di 0, in cui il reddito è distribuito in maniera perfettamente eguale tra la popolazione, ad uno di 100 in cui tutto il reddito è concentrato nelle mani di una sola persona.

Nella mappa allegata potete vedere le differenze secondo questo coefficiente tra i paesi del pianeta nel 2020. Quelli colorati in blu scuro sono quelli con le maggiori differenze di reddito.

Come si può notare, tra i cosiddetti paesi sviluppati la maggiore concentrazione del reddito, che è peraltro cresciuta parecchio negli ultimi 40 anni, come già abbiamo evidenziato in questo articolo, https://www.dirittofuturo.org/?p=813, è quella degli USA che nel 2019 misurava 48. Minore invece in Europa e in modo particolare nei paesi scandinavi, intorno ai 28 punti. All’interno dell’Unione europea l’Italia si trova tra i paesi con indice più alto (quindi con differenze di reddito maggiori) dietro solo a Bulgaria, Lituania, Lettonia e Romania e con valori simili a quelli della Spagna.

Guardando al resto del pianeta rimangono ancora molto elevate le diseguaglianze di reddito, soprattutto nei paesi dell’Africa subsahariana e in Sud America.

Clicca per votare questo articolo!
[Total: 5 Average: 5]