LA CRESCITA DELLO YUAN CINESE E IL “FALSO” PROBLEMA DELLA FLESSIBILITA’ DEL CAMBIO

Nell’ultimo anno lo yuan cinese (o renminbi) si è rafforzato rispetto al dollaro di oltre il 10%. Se questo da un lato è dovuto a una generale debolezza della valuta USA, lo yuan nel medesimo periodo si è però rafforzato anche verso quasi tutte le principali divise (inclusi l’euro e lo yen giapponese). Il fenomeno può essere letto, tra le altre cose, come lo specchio della forza relativa dell’economia del paese rispetto al resto del mondo dovuta alla forte e anticipata ripresa avvenuta a seguito della pandemia.

Negli ultimi giorni il tema ha sollevato un dibattito molto acceso all’interno della Banca Centrale del paese riguardo la flessibilità del cambio, riportato in questo articolo.

https://www.bofit.fi/en/monitoring/weekly/2021/vw202122_1/

La discussione ha fatto seguito ad un post del direttore dell’istituto di ricerca finanziaria della Banca, che vedeva di buon occhio la crescita dello yuan anche per contenere l’inflazione e auspicava nello stesso tempo che la Cina si orientasse verso un regime di cambi completamente flessibili, per poter accrescere il ruolo della propria valuta nel mondo, anche a costo di un suo apprezzamento. Al post (che è stato ora rimosso) ha fatto seguito una risposta ufficiale da parte del vicegovernatore della stessa Banca, Liu Guoqiang, che ha affermato che il cambio del paese è già flessibile ed è definito dalle leggi di domanda e offerta. È però necessario, ha detto, evitare le speculazioni sulle oscillazioni giornaliere della valuta il cui prezzo in ogni caso è definito dal mercato. Il cambio tra lo Yuan e il dollaro (e di conseguenza verso le altre valute) è ora effettivamente flessibile, però esiste un limite giornaliero di oscillazione del 2% che è fissato rispetto a un valore di riferimento, a questo evidentemente si riferiva il vicegovernatore.

Nello stesso tempo Liu Guoqiang ha criticato la manipolazione valutaria volta ad indebolire una valuta per favorire le esportazioni del paese, quando queste sono deboli o a rafforzarla quando i prezzi esterni sono in salita.

Questo ultimo punto, quello della manipolazione valutaria, è stato per anni molto dibattuto, a causa delle accuse alla Cina, soprattutto degli USA, di influenzare il cambio per evitarne l’eccessivo apprezzamento in modo da favorire i propri prodotti. Nei fatti negli ultimi anni è dal 2015 che la Banca cinese non interviene in maniera ufficiale sul cambio che, come detto, è libero di muoversi pur con un limite alle oscillazioni giornaliere. Il dibattito in corso però, ci pare tutto sommato fuorviante, se legato alla ricerca delle spiegazioni per cui la diffusione dello yuan è ancora limitata (nel mondo poco più del 2% delle transazioni commerciali avvengono in yuan e simile è la quota delle riserve mondiali in questa valuta). Per comprendere le vere ragioni di questo è importante sapere che lo yuan utilizzato all’estero (cosiddetto offshore con sigla CNH) non è in realtà sottoposto a limiti di oscillazione giornaliera come quello utilizzato all’interno del paese (onshore con sigla CNY). Dal 2009 è infatti in circolazione una valuta parallela a quella domestica che può essere utilizzata solo all’estero e il cui mercato principale di scambio è Hong Kong. Nei fatti, comunque, anche lo yuan offshore è influenzato da quello onshore, non potrebbe essere diversamente, anche perché una buona parte del mercato è mosso dalle stesse banche cinesi.

La realtà è che il tema centrale non sono tanto le limitazioni ancora in corso alla banda di oscillazione giornaliera quanto piuttosto, da un lato la fiducia del mercato nella volontà della Cina di non intervenire sul cambio con manipolazioni più o meno ufficiali della valuta influenzandone e controllandone di fatto il prezzo, ma questo lo potremo vedere solo in futuro, la fiducia si conquista col tempo. Ancora però non siamo a nostro parere al centro del problema, e se vogliamo dirla tutta, un paese come la Svizzera (detentrice di una valuta di tutto rispetto e considerata uno dei principali asset rifugio) negli anni passati ha fatto cose ben peggiori di quelle che si potrebbero attribuire alla Cina.

Non è un caso che il centro del problema non sia stato nemmeno toccato nel dibattito che abbiamo riportato e si chiama libertà del movimento dei capitali. Questa sola potrebbe essere una vera svolta nella possibilità di diffusione a livello internazionale della valuta cinese. La soluzione dell’utilizzo dello yuan offshore è chiaramente una soluzione ponte (gli stessi dirigenti cinesi ne sono consapevoli) e la quantità di yuan offshore in circolazione è molto limitata (meno dell’1% di quelli onshore e il 2% del PIL del paese) gli altri yuan possono essere utilizzati solo all’interno della Cina ed è difficile che operatori esteri accettino di detenere in grandi quantità una valuta che possono utilizzare solo per scambiare con la Cina. Anche riguardo gli scambi commerciali con la Cina stessa al momento solo il 20% viene effettuato in yuan, gli altri sono fatti in altre valute (principalmente dollari).

Il tema del controllo dei capitali è però un tema tanto centrale quanto delicato. Al momento esistono limiti di 50.000 dollari a persona per far uscire capitali dal paese, fuoriuscite maggiori sono sottoposte ad autorizzazione governativa e la stessa cosa vale per gli investimenti finanziari dall’estero a cui solo alcuni operatori sono autorizzati. Del resto, la scelta di liberalizzare i capitali non può essere fatta a cuor leggero, dato che impatterebbe su una struttura finanziaria probabilmente non ancora pronta (in primis il sistema bancario) a reggere la concorrenza all’attrattività degli investimenti internazionali e un sistema economico a gestione ancora in parte centralizzata ed impegnato ora a far crescere il tenore di vita della classe media, che potrebbe essere impattato da una eventuale instabilità finanziaria nel caso di turbolenze globali.

Insomma, ci pare che le intenzioni del governo cinese di arrivare ad affrontare il nocciolo della questione siano ancora lontane dal realizzarsi, ma non è detto che queste siano le intenzioni per il momento, anzi, pensiamo esattamente il contrario, la Cina non ha alcuna fretta su questo fronte.

Per approfondire il tema del sistema finanziario della Cina della sua valuta vi rimandiamo a questo nostro report.

https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2021/01/OSFI_Scenario_di_finanza_internazionale_n_9_dicembre_2020.pdf

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