È di questi giorni il dibattito sulla proposta di alcuni economisti francesi per la cancellazione di una parte del debito dei paesi dell’Eurozona.
Di cosa stiamo parlando?
La proposta non riguarda una cancellazione generalizzata del debito pubblico dei paesi membri, bensì solo della quota di questo detenuta dalla Banca Centrale Europea. La medesima, secondo la loro proposta, dovrebbe essere reinvestita per il rilancio dell’economia, in particolare quella green. Si tratterebbe questo di un intervento “una tantum” la cui necessità viene paragonata a quella che può scaturire da una situazione post-bellica del tutto eccezionale.
Attualmente la Banca Centrale Europea detiene circa il 25% del debito dell’eurozona (e il 20% di quello italiano). La quota detenuta dalla banca centrale si è accresciuta negli anni (dal 2015) a seguito delle manovre di quantitative easing di acquisto di debito pubblico e privato, ulteriormente rafforzate a seguito della pandemia con il piano cosiddetto Pepp (Pandemic emergency purchase programme). Come evidenziato dal grafico allegato, il fenomeno non è in realtà isolato dato che riguarda diversi paesi, inclusi il Giappone (che ne è stato in qualche modo il precursore) e gli Usa, le cui banche centrali detengono ora, rispettivamente, quasi il 45% e il 20% del totale del debito pubblico nazionale, con quote peraltro in aumento, dato che le manovre di acquisto di titoli sono tutt’ora in corso e nel caso di Usa e Giappone non è stato indicato alcun termine previsto.
Il debito posseduto dalle medesime banche centrali è considerato più stabile e sicuro dato che è posseduto dalla medesima autorità nazionale e non è esposto a vendite massive in caso di tensioni nei mercati come può essere per il debito posseduto dagli investitori privati, le famiglie e in particolare quello detenuto all’estero. Le Banche centrali hanno utilizzato il riacquisto di titoli con due principali obiettivi, il primo è stato quello di finanziare la spesa pubblica degli stati (soprattutto in occasione delle ultime due recessioni economiche, quella che ha fatto seguito alla crisi dei mutui subprime del 2008 e quella attuale a seguito della pandemia), il secondo quello di cercare di far crescere l’inflazione (e questo è stato il caso soprattutto di Europa e Giappone). C’è da dire che una parte di questo debito rientra contabilmente allo stato, dato che i titoli posseduti dalle banche centrali producono cedole e queste vengono poi “girate” al medesimo tesoro che ha emesso i titoli che le banche centrali hanno comprato.
Il caso della Banca Centrale Europea è particolare dato che essa agisce per conto di diverse entità sovrane che sono i paesi membri dell’eurozona, per questo è utile dire che i guadagni che derivano dal possesso di titoli di debito (tramite cedole) vengono poi “girati” ai singoli paesi membri dell’eurozona che partecipano (tramite le loro banche centrali) alla BCE stessa.
È importante sottolineare che nel caso dell’Eurozona ai due obiettivi suddetti del QE (finanziare gli stati e cercare di spingere l’inflazione) se ne aggiunge un terzo non meno importante che è stato quello di cercare di tenere bassi i tassi di interesse dei paesi membri e in modo particolare di quelli con un debito elevato e quindi più rischioso (come Italia, Spagna e Grecia). Se quest’ultimo obiettivo, difficile negarlo, è stato pienamente raggiunto (quasi tutti i paesi dell’eurozona possono prendere in prestito denaro a tassi addirittura negativi, quello sul decennale italiano è oggi allo 0,5%), non altrettanto di successo è stato il tentativo di far salire l’inflazione all’obiettivo del 2%, quota che non è stata raggiunta nemmeno nel 2018, al massimo dell’espansione economica dell’eurozona. L’inflazione troppo bassa (o addirittura la deflazione cioè il calo dei prezzi) è considerata non positiva per l’economia, in primis perché non incentiva i consumi e quindi la crescita economica (se i consumatori anticipano nel futuro prezzi stabili o in diminuzione tendono più facilmente a rimandare gli acquisti, cosa che farebbero meno volentieri se i prezzi venissero visti in salita) oltre che (nel caso di deflazione) gli investimenti, facendo aumentare il valore dei debiti in capo ai privati e allo stato.
Arriviamo dunque alla proposta del taglio del debito degli stati membri in mano alla BCE. Il primo obiettivo nelle intenzioni di chi lo propone è proprio quello di essere un ulteriore stimolo all’economia e all’inflazione, ma anche di liberare una parte di fardello di debito in capo agli stati (soprattutto quelli più indebitati). La crisi covid ha accresciuto il debito di tutti i paesi (nel caso dell’Italia siamo passati dal 132% a circa il 160% rispetto al PIL nell’arco di un anno) e questo potrebbe essere un problema nel momento in cui finirà l’emergenza e venissero ripristinati i vincoli di bilancio che esistevano sino all’inizio del 2020, reintroducendo (in forma uguale o simile a ciò che era prima) il cosiddetto “patto di stabilità” con il quale questi paesi si troverebbero di nuovo in difficoltà nel cercare di spingere la loro economia. Quindi l’intenzione è cancellare questo debito con un’operazione tecnicamente semplice da parte della banca centrale una volta che i titoli posseduti andranno a scadenza, non chiedendo la restituzione del denaro che verrà speso dagli stessi paesi in politiche di investimento sostenibili.
Rispetto alla proposta, gli argomenti dei sostenitori di questa manovra sono stati già in parte elencati e a loro favore c’è senza dubbio in questo momento la quasi totale assenza di inflazione (che in tutto il pianeta è in costante discesa dagli anni ’90) in modo particolare nella zona euro.
Tra chi invece è contrario a queste misure (tra cui Christine Lagarde e lo stesso Fabio Panetta, membro per l’Italia del board della BCE) vengono evidenziate non solo le difficoltà legali nel compiere questa operazione (anche se non esiste nei fatti alcuna regola che la impedisce), ma soprattutto gli effetti che potrebbe avere. Da un lato verso i mercati finanziari (che non sono altro che coloro che prestano denaro), che potrebbero interpretare la mossa come una evidente debolezza dell’Eurozona e richiedere in futuro maggiori tassi di interesse per acquistare il suo debito (in fondo questi timori non sono molto diversi da quelli di coloro che in Italia sono tutt’ora contrari al MES in quanto temono che questo possa essere interpretato come un segnale di difficoltà per l’Italia e quindi peggiorare il suo rating). Dall’altro una simile mossa (anche se nelle intenzioni dei loro promotori non viene dichiarata così) potrebbe creare un precedente che nei fatti darebbe il via libera ad una spesa illimitata nella speranza di un futuro, ed ulteriore, taglio.
In fondo tutto non è molto diverso dalla dialettica in vigore sino all’inizio dello scorso anno (e ritornata in occasione dell’accordo sul Recovery Fund) tra i paesi rigoristi e coloro che sono più favorevoli ad una espansione del debito. Una dialettica di cui, sino a che l’Unione europea non farà un passo avanti (ammesso che voglia farlo) verso una convergenza delle politiche fiscali, sarà difficile liberarsi.
