LA CRISI COVID E IL RUOLO DEL DOLLARO NEL SISTEMA MONETARIO

Nel mese di giugno la BIS (Banca per i regolamenti internazionali) ha pubblicato un interessante report che affronta il tema del ruolo del dollaro americano nel sistema di finanziamento internazionale, che trovate a questo link https://www.bis.org/publ/cgfs65.htm in cui si trovano interessanti aggiornamenti anche relativi agli ultimi eventi scaturiti dalla crisi di covid 19.

Il sistema monetario internazionale ruota in maniera indiscutibile intorno al dollaro americano. Questo, detto in maniera semplice, vuol dire che il dollaro è la valuta più utilizzata al mondo, sia sul mercato valutario stesso, ma anche nel commercio estero, nel sistema di indebitamento e in generale del sistema di pagamenti internazionale, infine, last but not least, la maggior parte delle riserve delle banche centrali sono in dollari americani.

Quali sono le implicazioni di questo e soprattutto, le cose sono destinate a cambiare?

Andiamo con ordine.

Il dollaro è la valuta più scambiata sui mercati valutari, il cosiddetto Forex, (oltre il 40% degli scambi), segue l’euro con percentuali intorno al 15% dei volumi e lo yen giapponese col 10%. La valuta della seconda potenza economica, la Cina, presenta volumi intorno al 2% del totale. Il mercato delle valute è il più grande al mondo per volumi scambiati, e se una buona parte di questi hanno fini speculativi, il suo ruolo è decisivo per ogni persona fisica o giuridica che abbia esigenza di approvvigionarsi di una valuta che non sia quella del paese in cui risiede.

Oltre il 50% degli scambi nel commercio internazionale avviene in dollari americani (a fronte di una quota degli USA che è intorno al 10% nel commercio estero e di poco superiore al 20% del Pil mondiale) e il suo dominio è assoluto nel campo delle materie prime che (a partire dal petrolio) sono scambiate in dollari, tanto che i paesi la cui economia è quasi esclusivamente legata al petrolio (come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi) hanno creato un sistema di cambio fisso (il cosiddetto “peg”)  verso il dollaro americano, che lega il valore della loro valuta a quella statunitense, limitando quindi l’incertezza dovuta al cambio.

Circa il 60% del debito internazionale (sotto forma di prestiti bancari o obbligazioni) è in dollari, solo il 20% in euro, marginali le quote di debiti internazionali contratti in Yen giapponesi e Yuan (la valuta cinese). Soprattutto i paesi con valute deboli e con elevata volatilità, sono spesso costrette ad indebitarsi in dollari. Tale prestito garantisce normalmente tassi di interesse inferiori a quelli nella loro valuta e dei minori costi di transazione (grazie al fatto che è molto facile trovare dei prestatori in dollari piuttosto che in altre valute meno liquide), ma soprattutto è meno esposto ad oscillazione del suo valore rispetto a quanto non possa essere un prestito nella valuta locale (che oscilla molto di più di quanto non facciano i dollari), questo può rendere il valore del debito meno incerto e incoraggiare coloro che, all’estero, valutano di investire in quel determinato paese o azienda prestando denaro (cosa che non farebbero se il prestito fosse nella valuta locale che introdurrebbe un elevato rischio di cambio sulla restituzione del prestito stesso). Ultimo ma non meno importante motivo dell’alta quota di debito contratto in dollari è che se il dollaro è la valuta più utilizzata al mondo (lo abbiamo scritto sopra) è più facile che si abbia bisogno di dollari (per comprare petrolio ad esempio) rispetto ad un’altra valuta.

Il dollaro americano è la principale valuta di riserva internazionale. Il 65% delle riserve di valuta sono in dollari americani, solo il 20% in euro, il ruolo delle altre valute, con l’eccezione dello yen giapponese (circa il 4%), è marginale. Ogni banca centrale (con l’eccezione della sola Federal Reserve) possiede ingenti quantità di valuta estera nell’attivo del suo bilancio, e la quota principale è costituita da dollari americani. Le riserve permettono alla banca centrale, tra le altre cose, di poter influenzare all’occorrenza il cambio della propria valuta (operando sul mercato dei cambi) e finanziare le proprie importazioni.

Se il dollaro è la valuta più utilizzata al mondo diventa anche quella che tutti vorranno detenere (in forma liquida, sbarazzandosi degli asset rischiosi) quando si approssima il timore di una crisi mondiale, in questo senso il dollaro americano è considerata valuta rifugio. In un certo modo è come se esistesse un doppio circuito che influenza il valore di questa valuta. Il primo è il circuito nazionale (legato al paese che emette quella valuta), in base al quale i cambi si muovono a seconda di cosa succede negli USA (economia, finanza, politica, …), come avviene per ogni altra valuta. Il secondo circuito invece è quello “internazionale”, e qui il valore del dollaro si separa (in un certo senso) dal paese che lo emette, per diventare una sorta di “valuta mondiale” che, essendo accettata da tutti, è quella che presenta il profilo di rischio minore, perché, qualsiasi cosa succeda, almeno sino a che il dollaro sarà egemone nel mondo, si troverà sempre qualcuno pronto ad accettare dei dollari (cosa che non si può dire, immaginando scenari catastrofici, per lo yuan e per l’euro, tanto per fare due esempi delle principali valute alternative).

Questo ruolo è ben evidenziato nel report della BIS che abbiamo citato, che evidenzia come la quota di prestiti e obbligazioni internazionali emesse in euro e in dollari fosse sostanzialmente eguale nel periodo precedente la crisi dei mutui subprime del 2008 (circa il 40% per ognuna delle due valute) mentre dopo quella crisi il debito emesso in dollari abbia lentamente ricominciato a salire e quello in euro a scendere.

Durante il mese di marzo di quest’anno, in occasione del panico scaturito dalla diffusione dell’epidemia di Covid, il fenomeno ha raggiunto il parossismo con una ricerca spasmodica da parte di tutti gli operatori di liquidità in dollari che ha portato, tra le altre cose, ad una crescita del suo valore contro tutte le valute nonostante i tassi di interesse americani siano scesi dell’1,5% in poche settimane e ha richiesto da parte della Federal Reserve Usa interventi senza precedenti (per un approfondimento su quanto avvenuto vi rimandiamo al nostro sesto report sullo scenario di finanza internazionale, relativo al primo trimestre del 2020, che trovate qui https://www.dirittofuturo.org/?page_id=137).

Il fatto di essere il titolare della valuta di riferimento mondiale di cui si è appena detto, concede agli USA un indiscutibile vantaggio, tra cui maggiori possibilità di “stampare denaro” (con manovre di espansione monetaria come quella in corso) senza rischiare una eccessiva svalutazione della propria moneta, di poter sostenere un elevato deficit commerciale con l’estero (non dovendo incorrere in quella che viene definita “crisi della bilancia dei pagamenti” che si verifica quando un paese viene a mancare di riserve valutarie a causa dell’eccessivo indebitamento con l’estero) e di non dover pagare eccessivi interessi quando emette titoli di stato (nonostante il proprio debito sia tutt’altro che basso): se il dollaro rimane la valuta più utilizzata, esisterà infatti sempre qualcuno disposto a detenere dollari e ad acquistare il suo debito denominato negli stessi.

Non meno importante è il fatto che gli Usa, attraverso il proprio sistema bancario, possano controllare la circolazione della più importante valuta del pianeta. L’OFAC (Office of Foreign Assets Control), posto sotto il controllo del Ministero del Tesoro americano, esercita attività di investigazione al fine di garantire il rispetto delle sanzioni contro paesi esteri comminando sanzioni alle entità pubbliche e private (banche e aziende) che non le rispettino. Per questa ragione è stato definito una delle più potenti e meno conosciute istituzioni in ambito finanziario.

Ormai da parecchi anni ci si interroga sulla possibilità per gli USA di continuare a fare affidamento su questo indiscutibile privilegio e la crisi Covid ha fatto tornare il dibattito più che mai attuale, dato che questa ha portato il debito pubblico USA alle stelle (ora oltre 23.000 miliardi di dollari, superiore al 115% del PIL, ma la cifra pare destinata a salire) ed ha costretto la Fed a grosse iniezioni di liquidità (che potrebbero in teoria indebolire fortemente la sua valuta).

Anche da quanto esposto sopra pare però che per il momento non ci sia alcun segnale, almeno dall’analisi del sistema monetario internazionale, che questo stia avvenendo, anzi parrebbe esattamente il contrario, e in questa crisi il ruolo centrale del dollaro è apparso più forte che mai.

La principale ragione di questo sta a nostro parere non tanto nel fatto che l’economia e l’egemonia geopolitica USA siano in perfetta salute (esistono diversi aspetti che potrebbero far pensare esattamente il contrario, ma ci porterebbero su terreni che esulano dall’obiettivo di questo articolo), quanto alla semplice ragione che non si intravedono al momento alternative al ruolo del dollaro.

Le uniche due valute che potrebbero in qualche modo contrastarlo, o per lo meno eroderne progressivamente il ruolo egemone, sono le valute delle due principali aree economiche alternative e cioè la Cina e l’Eurozona.

Riguardo la Cina, come detto il ruolo dello Yuan è marginale negli scambi internazionali e questo non è altro che il risultato della scelta del governo cinese, dato che con l’eccezione dello Yuan Off shore (che costituisce una quota di circa il 2% degli Yuan in circolazione) la valuta cinese può essere scambiata solo all’interno del paese, il cambio con il dollaro è controllato dalla banca centrale che definisce un riferimento giornaliero attorno al quale è ammessa una massima oscillazione del 2% e la mobilità dei capitali è limitata (cosa questa peraltro inevitabile conseguenza dei primi due punti). Se questo limita alquanto le possibilità per la Cina di reperire capitale all’estero tramite debito internazionale (le obbligazioni internazionali cinesi sono circa il 2% del totale emesso) è assai difficile che qualcuno decida di scambiare volentieri beni in Yuan, considerando che si troverebbe in mano qualcosa di non utilizzabile se non con la Cina stessa, oltre che soggetto non  ad una legge di mercato, ma solamente ai desiderata della Banca Centrale Cinese stessa che controlla il cambio. Ultimo ma non meno importante aspetto è che al momento esiste una certa diffidenza (difficile dire quanto fondata) sulla trasparenza dei dati forniti dalla Cina, sia dal punto di vista economico sia finanziario, e questo non può certo aiutare una eventuale crescita dell’utilizzo della sua valuta (e un acquisto del suo debito) all’estero. Non è detto che tutto questo non possa cambiare, ma soprattutto il primo aspetto (legato alla liberalizzazione della circolazione dei capitali e alla completa convertibilità dello Yuan) richiederebbe (ammesso che questa sia la sua intenzione) non pochi cambiamenti nella gestione economica e finanziaria del paese da parte del suo governo che potrebbero richiedere parecchio tempo e altrettanti rischi.

Riguardo l’Europa, pur non essendo presente nessuno dei limiti esposti per la Cina, la debolezza dell’euro rispetto al dollaro su questo fronte ha ragioni a nostro parere più politiche che finanziarie o economiche, dato che l’Euro possiederebbe tutti i requisiti fondamentali per poter competere almeno alla pari con il dollaro nel ruolo di valuta internazionale, considerando soprattutto il vantaggio legato alla sua posizione di area esportatrice e meno (nel suo complesso) indebitata degli USA, anche sul fronte governativo. Ci sono però nella medesima area ancora troppe incertezze relative al suo stesso futuro, oltre che alla carenza di un reale ruolo politico soprattutto in campo internazionale, rispetto alle quali non si vedono ancora sufficienti margini di miglioramento, nonostante i progressi fatti almeno nell’ultimo anno.

Clicca per votare questo articolo!
[Total: 4 Average: 5]

Lascia un commento