Quello che vedete in allegato è il grafico dell’andamento del contratto Future sull’indice azionario Nasdaq 100, che rispecchia l’andamento dei 100 maggiori titoli del settore tecnologico e della new economy degli Stati Uniti d’America.
Si trova ora ad appena l’1% dai massimi assoluti che erano stati toccati a febbraio prima della diffusione della pandemia di coronavirus in Europa e nel resto del mondo. Da quel valore l’indice è arrivato a perdere, in appena un mese, oltre il 30%. La medesima perdita, in poco più di due mesi è stata completamente riassorbita. Rispetto agli altri indici azionari, essendo legato a titoli come Amazon, Apple, Netflix, Microsoft e Alphabet (la holding a cui fa riferimento Google) che meno hanno patito dall’epidemia (anzi, in molto casi hanno visto incrementare il proprio business) il Nasdaq perse meno (l’indice italiano ad esempio arrivò a perdere il 40%) ed ora ha recuperato più rapidamente, tanto che ormai si ritrova ai massimi, come se nulla in questi mesi fosse successo.
Anche gli indici azionari di altri paesi hanno recuperato buona parte delle perdite: gli indici di Giappone, Cina, Corea e l’S&P 500 (altro indice americano contenente i principali 500 titoli) si trovano ora a meno del 10% dai massimi precedenti la pandemia.
Nello stesso tempo, se nel sudest asiatico la situazione è praticamente tornata alla normalità e in Europa questo potrebbe succedere a breve, negli Stati Uniti e in Sudamerica la pandemia è lungi dall’essere stata superata, ma soprattutto nessuno è in grado di prevedere con certezza se il fenomeno potrà ripartire con eguale o maggiore intensità nei prossimi mesi o nel prossimo inverno.
Lasciando da parte le previsioni epidemiologiche, che sono per definizione incerte, ciò che è certo è che i dati reali dell’economia mondiale sono inquietanti, sia in termine di disoccupazione (con in testa gli Stati Uniti) sia di crescita economica (le previsioni per il crollo del PIL calcolato sul secondo trimestre arrivano per alcuni paesi al 30% e in proiezione annua in molti casi poco sotto il 10%). Oltre a questo, tutti i paesi hanno visto crescere, al fine di venire incontro agli effetti dell’epidemia, il loro debito pubblico, in alcuni casi (vedi quello italiano che è previsto passare dal 132 al 155% nel suo rapporto sul PIL) anche con timori sulla loro sostenibilità.
Come è possibile tutto questo? Come è possibile che i mercati azionari, che già da 11 anni erano stati in continua crescita (con apprezzamenti di 4 volte il loro valore, come nel caso di quelli americani) sembrino al momento immuni da questa situazione che per molti versi ricorda quella della più grave crisi economica e finanziaria della storia moderna che fu quella del 1929?
Proviamo ad elencare i fattori che possono aver guidato questo rialzo che pur, lo anticipiamo, potrebbe rappresentare, a nostro parere, il maggiore scollamento tra l’economia reale e quella finanziaria mai avvenuto in tempi recenti.
- I mercati si muovono sulle aspettative: come sempre avviene i mercati finanziari anticipano (o cercano di farlo) sia le crisi sia le riprese del ciclo economico. Se così fosse questo è segno che chi sta comprando azioni si attende che il fenomeno pandemico sia ormai sostanzialmente alle spalle e l’economia si riprenderà più forte di prima e in alcuni casi (come nel caso delle aziende tecnologiche) la pandemia è stato anzi un viatico per la crescita ulteriore del business stesso (il caso di Amazon è sicuramente paradigmatico).
- Difficilmente i mercati azionari, dopo essere saliti per diversi anni, crollano in un colpo solo: se è vero che le discese nei mercati azionari sono sempre più rapide delle salite, è anche vero che 11 anni di rialzo non si cancellano così facilmente. Se esiste il panico (e questo spiega il crollo verticale avvenuto nel mese di marzo), esiste anche un effetto “memoria” da parte dell’investitore, e 11 anni di rialzi e di guadagni non si cancellano in un mese. Appena si rivede uno spiraglio, sono molti a sperare che la crisi sia stata solo passeggera e molti ritornano sul mercato a volte in maniera del tutto irrazionale. Successe così anche nelle ultime 2 crisi, quella della bolla di Internet del 2000 – 2002 e quella dei mutui subprime (la discesa delle borse in quel caso iniziò già nel 2007, ma si dovette aspettare il 2008 per la vera e propria capitolazione degli investitori e il crollo finale dopo il quale si iniziò a risalire). In alcuni casi, oltre all’effetto memoria, si puo’ parlare di una vera e propria dipendenza dai mercati (e dai guadagni che negli ultimi 11 anni hanno elargito). Nel mese di maggio è stata svolta un’indagine su alcuni conti correnti degli americani che hanno percepito indennità statali e sussidi sotto diverse forme. Per alcune fasce di reddito (tra i 35.000 e i 75.000 dollari all’anno), la voce “acquisto di azioni” è stata preceduta solo da quella “risparmi” e “ritiro contante per spese correnti” nell’utilizzo dei contributi statali stessi. Considerando che molte aziende hanno sospeso i cosiddetti buy back (riacquisto di azioni proprie con lo scopo di aumentare la propria redditività), che sino al 2019 erano stati la principale guida del rialzo delle borse, potremmo dunque trovarci di fronte ad un rialzo in misura maggiore guidato dai “piccoli investitori”, meno elegantemente altre volte soprannominati “parco buoi”, che storicamente sono destinati a perdere denaro. Potrebbe essere così anche questa volta.
- Le azioni sono l’unica cosa che rende: l’investimento in azioni è uno dei più rischiosi (in genere più di obbligazioni e depositi bancari) e la gente investirà i soldi in borsa (dove si può guadagnare molto ma anche perdere tutto) qualora sia conveniente farlo, avendo in mente quali sono le alternative. Al momento le alternative non esistono quasi, dato che le obbligazioni statali hanno ormai tassi che quando va bene sono a zero (altrimenti negativi) e lo stesso si dica dei conti corrente (in cui ormai alcune banche stanno iniziando a chiedere compensi per depositi oltre una certa cifra, il che equivale a dire che gli interessi sul conto corrente sono negativi). Nel mese di marzo la banca centrale americana ha abbassato il tasso di sconto dal 1,75% allo 0,25%, eliminando di fatto l’ultima occasione di guadagno per chi voleva fare investimenti relativamente sicuri (i depositi in dollari o i bond statali americani) e nello stesso tempo poter ricevere ancora degli interessi. Negli altri paesi (maturi) i tassi erano già a zero da tempo e per la cronaca anche le banche centrali di paesi solitamente più “generosi” come Australia e Canada hanno portato il tasso di sconto allo 0,25%.
- La liquidità abbonda: a seguito della pandemia da Coronavirus tutte le banche centrali hanno continuato a iniettare liquidità nel sistema rafforzando o ricominciando il cosiddetto quantitative easing, comprando obbligazioni statali e private per finanziare gli stati e per cercare di impedire che molte aziende fallissero e facendo quindi girare tanto denaro nel sistema bancario. La Federal Reserve americana ha iniziato nel mese di maggio ad acquistare anche ETF (exchange traded fund, sono titoli di investimento passivo) che investono in obbligazioni High Yield. Le obbligazioni High Yield sono le uniche che ancora concedono interessi per la semplice ragione che sono emesse da aziende ad elevato rischio di default (per capirsi, pochi giorni prima del suo default, erano state acquistate anche obbligazioni della Hertz). Tutta questa liquidità però sembra non stia finendo dove dovrebbe, dato che i prestiti bancari non stanno crescendo perché, evidentemente, le banche non si fidano di coloro a cui dovrebbero prestarli. E dove vanno a finire i soldi che entrano in circolo se non vanno in investimenti reali? Nella finanza, appunto.
Solo il tempo ci potrà dire se le “aspettative” dei mercati azionari sono state o meno corrette. Di questo ed altro parleremo nel nostro prossimo report trimestrale sulla finanza internazionale in cui approfondiremo quanto è successo nel secondo trimestre. Manca ancora un mese e di questi tempi in un mese di cose ne possono succedere parecchie.
Nel frattempo, a questo link potete trovare i numeri precedenti della pubblicazione.
