CANCELLARE IL DEBITO?

È di questi giorni il dibattito sulla proposta di alcuni economisti francesi per la cancellazione di una parte del debito dei paesi dell’Eurozona.

Di cosa stiamo parlando?

La proposta non riguarda una cancellazione generalizzata del debito pubblico dei paesi membri, bensì solo della quota di questo detenuta dalla Banca Centrale Europea. La medesima, secondo la loro proposta, dovrebbe essere reinvestita per il rilancio dell’economia, in particolare quella green. Si tratterebbe questo di un intervento “una tantum” la cui necessità viene paragonata a quella che può scaturire da una situazione post-bellica del tutto eccezionale.

Attualmente la Banca Centrale Europea detiene circa il 25% del debito dell’eurozona (e il 20% di quello italiano). La quota detenuta dalla banca centrale si è accresciuta negli anni (dal 2015) a seguito delle manovre di quantitative easing di acquisto di debito pubblico e privato, ulteriormente rafforzate a seguito della pandemia con il piano cosiddetto Pepp (Pandemic emergency purchase programme). Come evidenziato dal grafico allegato, il fenomeno non è in realtà isolato dato che riguarda diversi paesi, inclusi il Giappone (che ne è stato in qualche modo il precursore) e gli Usa, le cui banche centrali detengono ora, rispettivamente, quasi il 45% e il 20% del totale del debito pubblico nazionale, con quote peraltro in aumento, dato che le manovre di acquisto di titoli sono tutt’ora in corso e nel caso di Usa e Giappone non è stato indicato alcun termine previsto.

Il debito posseduto dalle medesime banche centrali è considerato più stabile e sicuro dato che è posseduto dalla medesima autorità nazionale e non è esposto a vendite massive in caso di tensioni nei mercati come può essere per il debito posseduto dagli investitori privati, le famiglie e in particolare quello detenuto all’estero. Le Banche centrali hanno utilizzato il riacquisto di titoli con due principali obiettivi, il primo è stato quello di finanziare la spesa pubblica degli stati (soprattutto in occasione delle ultime due recessioni economiche, quella che ha fatto seguito alla crisi dei mutui subprime del 2008 e quella attuale a seguito della pandemia), il secondo quello di cercare di far crescere l’inflazione (e questo è stato il caso soprattutto di Europa e Giappone). C’è da dire che una parte di questo debito rientra contabilmente allo stato, dato che i titoli posseduti dalle banche centrali producono cedole e queste vengono poi “girate” al medesimo tesoro che ha emesso i titoli che le banche centrali hanno comprato.

Il caso della Banca Centrale Europea è particolare dato che essa agisce per conto di diverse entità sovrane che sono i paesi membri dell’eurozona, per questo è utile dire che i guadagni che derivano dal possesso di titoli di debito (tramite cedole) vengono poi “girati” ai singoli paesi membri dell’eurozona che partecipano (tramite le loro banche centrali) alla BCE stessa.

È importante sottolineare che nel caso dell’Eurozona ai due obiettivi suddetti del QE (finanziare gli stati e cercare di spingere l’inflazione) se ne aggiunge un terzo non meno importante che è stato quello di cercare di tenere bassi i tassi di interesse dei paesi membri e in modo particolare di quelli con un debito elevato e quindi più rischioso (come Italia, Spagna e Grecia). Se quest’ultimo obiettivo, difficile negarlo, è stato pienamente raggiunto (quasi tutti i paesi dell’eurozona possono prendere in prestito denaro a tassi addirittura negativi, quello sul decennale italiano è oggi allo 0,5%), non altrettanto di successo è stato il tentativo di far salire l’inflazione all’obiettivo del 2%, quota che non è stata raggiunta nemmeno nel 2018, al massimo dell’espansione economica dell’eurozona. L’inflazione troppo bassa (o addirittura la deflazione cioè il calo dei prezzi) è considerata non positiva per l’economia, in primis perché non incentiva i consumi e quindi la crescita economica (se i consumatori anticipano nel futuro prezzi stabili o in diminuzione tendono più facilmente a rimandare gli acquisti, cosa che farebbero meno volentieri se i prezzi venissero visti in salita) oltre che (nel caso di deflazione) gli investimenti, facendo aumentare il valore dei debiti in capo ai privati e allo stato.

Arriviamo dunque alla proposta del taglio del debito degli stati membri in mano alla BCE. Il primo obiettivo nelle intenzioni di chi lo propone è proprio quello di essere un ulteriore stimolo all’economia e all’inflazione, ma anche di liberare una parte di fardello di debito in capo agli stati (soprattutto quelli più indebitati). La crisi covid ha accresciuto il debito di tutti i paesi (nel caso dell’Italia siamo passati dal 132% a circa il 160% rispetto al PIL nell’arco di un anno) e questo potrebbe essere un problema nel momento in cui finirà l’emergenza e venissero ripristinati i vincoli di bilancio che esistevano sino all’inizio del 2020, reintroducendo (in forma uguale o simile a ciò che era prima) il cosiddetto “patto di stabilità” con il quale questi paesi si troverebbero di nuovo in difficoltà nel cercare di spingere la loro economia. Quindi l’intenzione è cancellare questo debito con un’operazione tecnicamente semplice da parte della banca centrale una volta che i titoli posseduti andranno a scadenza, non chiedendo la restituzione del denaro che verrà speso dagli stessi paesi in politiche di investimento sostenibili.

Rispetto alla proposta, gli argomenti dei sostenitori di questa manovra sono stati già in parte elencati e a loro favore c’è senza dubbio in questo momento la quasi totale assenza di inflazione (che in tutto il pianeta è in costante discesa dagli anni ’90) in modo particolare nella zona euro.  

Tra chi invece è contrario a queste misure (tra cui Christine Lagarde e lo stesso Fabio Panetta, membro per l’Italia del board della BCE) vengono evidenziate non solo le difficoltà legali nel compiere questa operazione (anche se non esiste nei fatti alcuna regola che la impedisce), ma soprattutto gli effetti che potrebbe avere. Da un lato verso i mercati finanziari (che non sono altro che coloro che prestano denaro), che potrebbero interpretare la mossa come una evidente debolezza dell’Eurozona e richiedere in futuro maggiori tassi di interesse per acquistare il suo debito (in fondo questi timori non sono molto diversi da quelli di coloro che in Italia sono tutt’ora contrari al MES in quanto temono che questo possa essere interpretato come un segnale di difficoltà per l’Italia e quindi peggiorare il suo rating). Dall’altro una simile mossa (anche se nelle intenzioni dei loro promotori non viene dichiarata così) potrebbe creare un precedente che nei fatti darebbe il via libera ad una spesa illimitata nella speranza di un futuro, ed ulteriore, taglio.

In fondo tutto non è molto diverso dalla dialettica in vigore sino all’inizio dello scorso anno (e ritornata in occasione dell’accordo sul Recovery Fund) tra i paesi rigoristi e coloro che sono più favorevoli ad una espansione del debito. Una dialettica di cui, sino a che l’Unione europea non farà un passo avanti (ammesso che voglia farlo) verso una convergenza delle politiche fiscali, sarà difficile liberarsi.

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LA CRESCITA DEL DEBITO MONDIALE NON CONOSCE SOSTA

L’Institute for international finance (IIF) ha rilasciato una ricerca sull’andamento del debito mondiale a seguito della pandemia di covid 19.

La crescita del debito mondiale nell’anno in corso ha subito un’impennata di 15 trilioni di dollari superando, al termine del terzo trimestre dell’anno, la cifra di 270 trilioni (scala a sinistra nel grafico allegato). Ancor più significativo è osservare quanto sia cresciuto, solo nell’anno in corso, il rapporto tra il debito complessivo (che include quello governativo e quello privato) e il PIL mondiale: dal 320% al 362% con una previsione di chiusura dell’anno del 365% (linea rossa e scala a destra nel grafico).

L’analisi prosegue andando ad evidenziale come il debito dei cosiddetti paesi maturi (che includono buona parte dell’Europa, USA, Giappone e Australia) sia cresciuto di 50 punti percentuali rispetto alla fine del 2019, raggiungendo un rapporto rispetto al PIL del 432%.

Se volete approfondire l’argomento potete accedere alla pagina dei nostri report trimestrali sulla finanza internazionale che trovate a questo link

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LA CRISI COVID E IL RUOLO DEL DOLLARO NEL SISTEMA MONETARIO

Nel mese di giugno la BIS (Banca per i regolamenti internazionali) ha pubblicato un interessante report che affronta il tema del ruolo del dollaro americano nel sistema di finanziamento internazionale, che trovate a questo link https://www.bis.org/publ/cgfs65.htm in cui si trovano interessanti aggiornamenti anche relativi agli ultimi eventi scaturiti dalla crisi di covid 19.

Il sistema monetario internazionale ruota in maniera indiscutibile intorno al dollaro americano. Questo, detto in maniera semplice, vuol dire che il dollaro è la valuta più utilizzata al mondo, sia sul mercato valutario stesso, ma anche nel commercio estero, nel sistema di indebitamento e in generale del sistema di pagamenti internazionale, infine, last but not least, la maggior parte delle riserve delle banche centrali sono in dollari americani.

Quali sono le implicazioni di questo e soprattutto, le cose sono destinate a cambiare?

Andiamo con ordine.

Il dollaro è la valuta più scambiata sui mercati valutari, il cosiddetto Forex, (oltre il 40% degli scambi), segue l’euro con percentuali intorno al 15% dei volumi e lo yen giapponese col 10%. La valuta della seconda potenza economica, la Cina, presenta volumi intorno al 2% del totale. Il mercato delle valute è il più grande al mondo per volumi scambiati, e se una buona parte di questi hanno fini speculativi, il suo ruolo è decisivo per ogni persona fisica o giuridica che abbia esigenza di approvvigionarsi di una valuta che non sia quella del paese in cui risiede.

Oltre il 50% degli scambi nel commercio internazionale avviene in dollari americani (a fronte di una quota degli USA che è intorno al 10% nel commercio estero e di poco superiore al 20% del Pil mondiale) e il suo dominio è assoluto nel campo delle materie prime che (a partire dal petrolio) sono scambiate in dollari, tanto che i paesi la cui economia è quasi esclusivamente legata al petrolio (come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi) hanno creato un sistema di cambio fisso (il cosiddetto “peg”)  verso il dollaro americano, che lega il valore della loro valuta a quella statunitense, limitando quindi l’incertezza dovuta al cambio.

Circa il 60% del debito internazionale (sotto forma di prestiti bancari o obbligazioni) è in dollari, solo il 20% in euro, marginali le quote di debiti internazionali contratti in Yen giapponesi e Yuan (la valuta cinese). Soprattutto i paesi con valute deboli e con elevata volatilità, sono spesso costrette ad indebitarsi in dollari. Tale prestito garantisce normalmente tassi di interesse inferiori a quelli nella loro valuta e dei minori costi di transazione (grazie al fatto che è molto facile trovare dei prestatori in dollari piuttosto che in altre valute meno liquide), ma soprattutto è meno esposto ad oscillazione del suo valore rispetto a quanto non possa essere un prestito nella valuta locale (che oscilla molto di più di quanto non facciano i dollari), questo può rendere il valore del debito meno incerto e incoraggiare coloro che, all’estero, valutano di investire in quel determinato paese o azienda prestando denaro (cosa che non farebbero se il prestito fosse nella valuta locale che introdurrebbe un elevato rischio di cambio sulla restituzione del prestito stesso). Ultimo ma non meno importante motivo dell’alta quota di debito contratto in dollari è che se il dollaro è la valuta più utilizzata al mondo (lo abbiamo scritto sopra) è più facile che si abbia bisogno di dollari (per comprare petrolio ad esempio) rispetto ad un’altra valuta.

Il dollaro americano è la principale valuta di riserva internazionale. Il 65% delle riserve di valuta sono in dollari americani, solo il 20% in euro, il ruolo delle altre valute, con l’eccezione dello yen giapponese (circa il 4%), è marginale. Ogni banca centrale (con l’eccezione della sola Federal Reserve) possiede ingenti quantità di valuta estera nell’attivo del suo bilancio, e la quota principale è costituita da dollari americani. Le riserve permettono alla banca centrale, tra le altre cose, di poter influenzare all’occorrenza il cambio della propria valuta (operando sul mercato dei cambi) e finanziare le proprie importazioni.

Se il dollaro è la valuta più utilizzata al mondo diventa anche quella che tutti vorranno detenere (in forma liquida, sbarazzandosi degli asset rischiosi) quando si approssima il timore di una crisi mondiale, in questo senso il dollaro americano è considerata valuta rifugio. In un certo modo è come se esistesse un doppio circuito che influenza il valore di questa valuta. Il primo è il circuito nazionale (legato al paese che emette quella valuta), in base al quale i cambi si muovono a seconda di cosa succede negli USA (economia, finanza, politica, …), come avviene per ogni altra valuta. Il secondo circuito invece è quello “internazionale”, e qui il valore del dollaro si separa (in un certo senso) dal paese che lo emette, per diventare una sorta di “valuta mondiale” che, essendo accettata da tutti, è quella che presenta il profilo di rischio minore, perché, qualsiasi cosa succeda, almeno sino a che il dollaro sarà egemone nel mondo, si troverà sempre qualcuno pronto ad accettare dei dollari (cosa che non si può dire, immaginando scenari catastrofici, per lo yuan e per l’euro, tanto per fare due esempi delle principali valute alternative).

Questo ruolo è ben evidenziato nel report della BIS che abbiamo citato, che evidenzia come la quota di prestiti e obbligazioni internazionali emesse in euro e in dollari fosse sostanzialmente eguale nel periodo precedente la crisi dei mutui subprime del 2008 (circa il 40% per ognuna delle due valute) mentre dopo quella crisi il debito emesso in dollari abbia lentamente ricominciato a salire e quello in euro a scendere.

Durante il mese di marzo di quest’anno, in occasione del panico scaturito dalla diffusione dell’epidemia di Covid, il fenomeno ha raggiunto il parossismo con una ricerca spasmodica da parte di tutti gli operatori di liquidità in dollari che ha portato, tra le altre cose, ad una crescita del suo valore contro tutte le valute nonostante i tassi di interesse americani siano scesi dell’1,5% in poche settimane e ha richiesto da parte della Federal Reserve Usa interventi senza precedenti (per un approfondimento su quanto avvenuto vi rimandiamo al nostro sesto report sullo scenario di finanza internazionale, relativo al primo trimestre del 2020, che trovate qui https://www.dirittofuturo.org/?page_id=137).

Il fatto di essere il titolare della valuta di riferimento mondiale di cui si è appena detto, concede agli USA un indiscutibile vantaggio, tra cui maggiori possibilità di “stampare denaro” (con manovre di espansione monetaria come quella in corso) senza rischiare una eccessiva svalutazione della propria moneta, di poter sostenere un elevato deficit commerciale con l’estero (non dovendo incorrere in quella che viene definita “crisi della bilancia dei pagamenti” che si verifica quando un paese viene a mancare di riserve valutarie a causa dell’eccessivo indebitamento con l’estero) e di non dover pagare eccessivi interessi quando emette titoli di stato (nonostante il proprio debito sia tutt’altro che basso): se il dollaro rimane la valuta più utilizzata, esisterà infatti sempre qualcuno disposto a detenere dollari e ad acquistare il suo debito denominato negli stessi.

Non meno importante è il fatto che gli Usa, attraverso il proprio sistema bancario, possano controllare la circolazione della più importante valuta del pianeta. L’OFAC (Office of Foreign Assets Control), posto sotto il controllo del Ministero del Tesoro americano, esercita attività di investigazione al fine di garantire il rispetto delle sanzioni contro paesi esteri comminando sanzioni alle entità pubbliche e private (banche e aziende) che non le rispettino. Per questa ragione è stato definito una delle più potenti e meno conosciute istituzioni in ambito finanziario.

Ormai da parecchi anni ci si interroga sulla possibilità per gli USA di continuare a fare affidamento su questo indiscutibile privilegio e la crisi Covid ha fatto tornare il dibattito più che mai attuale, dato che questa ha portato il debito pubblico USA alle stelle (ora oltre 23.000 miliardi di dollari, superiore al 115% del PIL, ma la cifra pare destinata a salire) ed ha costretto la Fed a grosse iniezioni di liquidità (che potrebbero in teoria indebolire fortemente la sua valuta).

Anche da quanto esposto sopra pare però che per il momento non ci sia alcun segnale, almeno dall’analisi del sistema monetario internazionale, che questo stia avvenendo, anzi parrebbe esattamente il contrario, e in questa crisi il ruolo centrale del dollaro è apparso più forte che mai.

La principale ragione di questo sta a nostro parere non tanto nel fatto che l’economia e l’egemonia geopolitica USA siano in perfetta salute (esistono diversi aspetti che potrebbero far pensare esattamente il contrario, ma ci porterebbero su terreni che esulano dall’obiettivo di questo articolo), quanto alla semplice ragione che non si intravedono al momento alternative al ruolo del dollaro.

Le uniche due valute che potrebbero in qualche modo contrastarlo, o per lo meno eroderne progressivamente il ruolo egemone, sono le valute delle due principali aree economiche alternative e cioè la Cina e l’Eurozona.

Riguardo la Cina, come detto il ruolo dello Yuan è marginale negli scambi internazionali e questo non è altro che il risultato della scelta del governo cinese, dato che con l’eccezione dello Yuan Off shore (che costituisce una quota di circa il 2% degli Yuan in circolazione) la valuta cinese può essere scambiata solo all’interno del paese, il cambio con il dollaro è controllato dalla banca centrale che definisce un riferimento giornaliero attorno al quale è ammessa una massima oscillazione del 2% e la mobilità dei capitali è limitata (cosa questa peraltro inevitabile conseguenza dei primi due punti). Se questo limita alquanto le possibilità per la Cina di reperire capitale all’estero tramite debito internazionale (le obbligazioni internazionali cinesi sono circa il 2% del totale emesso) è assai difficile che qualcuno decida di scambiare volentieri beni in Yuan, considerando che si troverebbe in mano qualcosa di non utilizzabile se non con la Cina stessa, oltre che soggetto non  ad una legge di mercato, ma solamente ai desiderata della Banca Centrale Cinese stessa che controlla il cambio. Ultimo ma non meno importante aspetto è che al momento esiste una certa diffidenza (difficile dire quanto fondata) sulla trasparenza dei dati forniti dalla Cina, sia dal punto di vista economico sia finanziario, e questo non può certo aiutare una eventuale crescita dell’utilizzo della sua valuta (e un acquisto del suo debito) all’estero. Non è detto che tutto questo non possa cambiare, ma soprattutto il primo aspetto (legato alla liberalizzazione della circolazione dei capitali e alla completa convertibilità dello Yuan) richiederebbe (ammesso che questa sia la sua intenzione) non pochi cambiamenti nella gestione economica e finanziaria del paese da parte del suo governo che potrebbero richiedere parecchio tempo e altrettanti rischi.

Riguardo l’Europa, pur non essendo presente nessuno dei limiti esposti per la Cina, la debolezza dell’euro rispetto al dollaro su questo fronte ha ragioni a nostro parere più politiche che finanziarie o economiche, dato che l’Euro possiederebbe tutti i requisiti fondamentali per poter competere almeno alla pari con il dollaro nel ruolo di valuta internazionale, considerando soprattutto il vantaggio legato alla sua posizione di area esportatrice e meno (nel suo complesso) indebitata degli USA, anche sul fronte governativo. Ci sono però nella medesima area ancora troppe incertezze relative al suo stesso futuro, oltre che alla carenza di un reale ruolo politico soprattutto in campo internazionale, rispetto alle quali non si vedono ancora sufficienti margini di miglioramento, nonostante i progressi fatti almeno nell’ultimo anno.

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Previsioni sul PIL USA: tonfo del 40% nel secondo semestre

Previsione OCSE sull’andamento del PIL USA nel secondo trimestre 2020

Il PIL negli Stati Uniti è sceso del 5% nel primo trimestre 2020. Per il secondo trimestre Il Budget Office del Congresso stima un calo del Pil del 38%, Tradingeconomics e Deutsche Bank del 40%. The Conference Board prevede un tonfo addirittura del 45% su base annuale, con una caduta dei consumi del 54% e delle esportazioni del 35%. L’Ocse prevede un crollo del 41,4% (vedi figura) e un tasso di disoccupazione del 17,5%.

Secondo il US Bureau of Labor Statistics, l’economia americana ha perso 20,5 milioni di posti di lavoro nell’aprile 2020, dopo averne persi 870 mila a marzo. Prima della pandemia, l’economia creava ogni mese circa 200 mila nuovi posti. Per continuare ad espandersi servono all’economia americana 150 mila nuovi posti al mese.

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L’ECONOMIA CROLLA … E LE BORSE SONO DI NUOVO AI MASSIMI

Quello che vedete in allegato è il grafico dell’andamento del contratto Future sull’indice azionario Nasdaq 100, che rispecchia l’andamento dei 100 maggiori titoli del settore tecnologico e della new economy degli Stati Uniti d’America.

Si trova ora ad appena l’1% dai massimi assoluti che erano stati toccati a febbraio prima della diffusione della pandemia di coronavirus in Europa e nel resto del mondo. Da quel valore l’indice è arrivato a perdere, in appena un mese, oltre il 30%. La medesima perdita, in poco più di due mesi è stata completamente riassorbita. Rispetto agli altri indici azionari, essendo legato a titoli come Amazon, Apple, Netflix, Microsoft e Alphabet (la holding a cui fa riferimento Google) che meno hanno patito dall’epidemia (anzi, in molto casi hanno visto incrementare il proprio business) il Nasdaq perse meno (l’indice italiano ad esempio arrivò a perdere il 40%) ed ora ha recuperato più rapidamente, tanto che ormai si ritrova ai massimi, come se nulla in questi mesi fosse successo.

Anche gli indici azionari di altri paesi hanno recuperato buona parte delle perdite: gli indici di Giappone, Cina, Corea e l’S&P 500 (altro indice americano contenente i principali 500 titoli) si trovano ora a meno del 10% dai massimi precedenti la pandemia.

Nello stesso tempo, se nel sudest asiatico la situazione è praticamente tornata alla normalità e in Europa questo potrebbe succedere a breve, negli Stati Uniti e in Sudamerica la pandemia è lungi dall’essere stata superata, ma soprattutto nessuno è in grado di prevedere con certezza se il fenomeno potrà ripartire con eguale o maggiore intensità nei prossimi mesi o nel prossimo inverno.

Lasciando da parte le previsioni epidemiologiche, che sono per definizione incerte, ciò che è certo è che i dati reali dell’economia mondiale sono inquietanti, sia in termine di disoccupazione (con in testa gli Stati Uniti) sia di crescita economica (le previsioni per il crollo del PIL calcolato sul secondo trimestre arrivano per alcuni paesi al 30% e in proiezione annua in molti casi poco sotto il 10%). Oltre a questo, tutti i paesi hanno visto crescere, al fine di venire incontro agli effetti dell’epidemia, il loro debito pubblico, in alcuni casi (vedi quello italiano che è previsto passare dal 132 al 155% nel suo rapporto sul PIL) anche con timori sulla loro sostenibilità.

Come è possibile tutto questo? Come è possibile che i mercati azionari, che già da 11 anni erano stati in continua crescita (con apprezzamenti di 4 volte il loro valore, come nel caso di quelli americani) sembrino al momento immuni da questa situazione che per molti versi ricorda quella della più grave crisi economica e finanziaria della storia moderna che fu quella del 1929?

Proviamo ad elencare i fattori che possono aver guidato questo rialzo che pur, lo anticipiamo, potrebbe rappresentare, a nostro parere, il maggiore scollamento tra l’economia reale e quella finanziaria mai avvenuto in tempi recenti.

  1. I mercati si muovono sulle aspettative: come sempre avviene i mercati finanziari anticipano (o cercano di farlo) sia le crisi sia le riprese del ciclo economico. Se così fosse questo è segno che chi sta comprando azioni si attende che il fenomeno pandemico sia ormai sostanzialmente alle spalle e l’economia si riprenderà più forte di prima e in alcuni casi (come nel caso delle aziende tecnologiche) la pandemia è stato anzi un viatico per la crescita ulteriore del business stesso (il caso di Amazon è sicuramente paradigmatico).
  2. Difficilmente i mercati azionari, dopo essere saliti per diversi anni, crollano in un colpo solo: se è vero che le discese nei mercati azionari sono sempre più rapide delle salite, è anche vero che 11 anni di rialzo non si cancellano così facilmente. Se esiste il panico (e questo spiega il crollo verticale avvenuto nel mese di marzo), esiste anche un effetto “memoria” da parte dell’investitore, e 11 anni di rialzi e di guadagni non si cancellano in un mese. Appena si rivede uno spiraglio, sono molti a sperare che la crisi sia stata solo passeggera e molti ritornano sul mercato a volte in maniera del tutto irrazionale. Successe così anche nelle ultime 2 crisi, quella della bolla di Internet del 2000 – 2002 e quella dei mutui subprime (la discesa delle borse in quel caso iniziò già nel 2007, ma si dovette aspettare il 2008 per la vera e propria capitolazione degli investitori e il crollo finale dopo il quale si iniziò a risalire). In alcuni casi, oltre all’effetto memoria, si puo’ parlare di una vera e propria dipendenza dai mercati (e dai guadagni che negli ultimi 11 anni hanno elargito). Nel mese di maggio è stata svolta un’indagine su alcuni conti correnti degli americani che hanno percepito indennità statali e sussidi sotto diverse forme. Per alcune fasce di reddito (tra i 35.000 e i 75.000 dollari all’anno), la voce “acquisto di azioni” è stata preceduta solo da quella “risparmi” e “ritiro contante per spese correnti” nell’utilizzo dei contributi statali stessi. Considerando che molte aziende hanno sospeso i cosiddetti buy back (riacquisto di azioni proprie con lo scopo di aumentare la propria redditività), che sino al 2019 erano stati la principale guida del rialzo delle borse, potremmo dunque trovarci di fronte ad un rialzo in misura maggiore guidato dai “piccoli investitori”, meno elegantemente altre volte soprannominati “parco buoi”, che storicamente sono destinati a perdere denaro. Potrebbe essere così anche questa volta.
  3. Le azioni sono l’unica cosa che rende: l’investimento in azioni è uno dei più rischiosi (in genere più di obbligazioni e depositi bancari) e la gente investirà i soldi in borsa (dove si può guadagnare molto ma anche perdere tutto) qualora sia conveniente farlo, avendo in mente quali sono le alternative. Al momento le alternative non esistono quasi, dato che le obbligazioni statali hanno ormai tassi che quando va bene sono a zero (altrimenti negativi) e lo stesso si dica dei conti corrente (in cui ormai alcune banche stanno iniziando a chiedere compensi per depositi oltre una certa cifra, il che equivale a dire che gli interessi sul conto corrente sono negativi). Nel mese di marzo la banca centrale americana ha abbassato il tasso di sconto dal 1,75% allo 0,25%, eliminando di fatto l’ultima occasione di guadagno per chi voleva fare investimenti relativamente sicuri (i depositi in dollari o i bond statali americani) e nello stesso tempo poter ricevere ancora degli interessi. Negli altri paesi (maturi) i tassi erano già a zero da tempo e per la cronaca anche le banche centrali di paesi solitamente più “generosi” come Australia e Canada hanno portato il tasso di sconto allo 0,25%.
  4. La liquidità abbonda: a seguito della pandemia da Coronavirus tutte le banche centrali hanno continuato a iniettare liquidità nel sistema rafforzando o ricominciando il cosiddetto quantitative easing, comprando obbligazioni statali e private per finanziare gli stati e per cercare di impedire che molte aziende fallissero e facendo quindi girare tanto denaro nel sistema bancario. La Federal Reserve americana ha iniziato nel mese di maggio ad acquistare anche ETF (exchange traded fund, sono titoli di investimento passivo) che investono in obbligazioni High Yield. Le obbligazioni High Yield sono le uniche che ancora concedono interessi per la semplice ragione che sono emesse da aziende ad elevato rischio di default (per capirsi, pochi giorni prima del suo default, erano state acquistate anche obbligazioni della Hertz). Tutta questa liquidità però sembra non stia finendo dove dovrebbe, dato che i prestiti bancari non stanno crescendo perché, evidentemente, le banche non si fidano di coloro a cui dovrebbero prestarli. E dove vanno a finire i soldi che entrano in circolo se non vanno in investimenti reali? Nella finanza, appunto.

Solo il tempo ci potrà dire se le “aspettative” dei mercati azionari sono state o meno corrette. Di questo ed altro parleremo nel nostro prossimo report trimestrale sulla finanza internazionale in cui approfondiremo quanto è successo nel secondo trimestre. Manca ancora un mese e di questi tempi in un mese di cose ne possono succedere parecchie.

Nel frattempo, a questo link potete trovare i numeri precedenti della pubblicazione.

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DISOCCUPAZIONE USA AI MASSIMI STORICI

Il tasso di disoccupazione Usa ad aprile vola al 14,7%, il valore più alto dalla crisi del ’29, che peraltro non tiene conto dei disoccupati che non cercano attivamente lavoro. È stato rilevato nella prima metà di aprile e, dopo la rilevazione, le domande di sussidio di disoccupazione hanno continuato a crescere. Oggi sono circa 40 milioni, 33 dall’inizio del lockdown, a cui si devono aggiungere i 7 milioni che hanno fatto richiesta di sussidio prima del 13 marzo.

Fortune valuta che il tasso di disoccupazione effettivo sia ormai del 24,9%, cioè un quarto dell’intera forza lavoro americana.

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DEBITI PRONTI A DIVENTARE “SPAZZATURA”

Un recente studio di UBS citato oggi da “Il sole 24 ore”, stima che 447 miliardi di euro di debiti delle imprese a rating elevato, a seguito della crisi in corso, rischino di essere declassati e di diventare “spazzatura”. Secondo le stime della stessa UBS in USA il rischio coinvolge una cifra simile di debito attualmente classificato come “Investment Grade” (e quindi relativamente sicuro): 475 miliardi di dollari.

Il punteggio assegnato dalle agenzie di rating ad un emittente (che sia governativo o privato) è una valutazione sul rischio che si incorre nell’acquistare i suoi titoli di debito (obbligazioni). Il rischio è ovviamente legato alle probabilità stimate che l’emittente fallisca (default) e non sia quindi in grado di restituire (in tutto o in parte) il denaro preso a prestito.  

I punteggi vanno da AAA (massima affidabilità dell’emittente e quindi rischio minore) a C (l’emittente è prossimo al fallimento, rischio massimo). I giudizi delle agenzie di rating hanno una grossa influenza sul rendimento di un’obbligazione (e di converso sul costo che il governo o azienda in questione dovrà pagare sotto forma di interessi per poter prendere denaro in prestito da chi acquista le sue obbligazioni). Se il rating è elevato gli acquirenti considereranno bassi i rischi di quel titolo e si “accontenteranno” di un basso rendimento per acquistarli, viceversa se il rating è basso, essi richiederanno maggior rendimento per potersi assumere il rischio di prestare soldi all’emittente.

Esiste uno spartiacque molto importante nel punteggio assegnato dalle agenzie ed è quello tra obbligazioni Investment Grade (da investimento) e Obbligazioni High Yield (ad alto rendimento, a volte soprannominate anche Junk Bond, spazzatura). La minima valutazione per poter emettere delle obbligazioni definite Investment Grade (quindi relativamente sicure) è BBB (solitamente menzionata come tripla B). Al di sotto di questo punteggio i bond emessi sono classificati come Junk. L’importanza di questo spartiacque può essere apprezzata avendo in mente che alcuni dei cosiddetti “investitori istituzionali” (Fondi pensione e assicurazioni) spesso per statuto possono acquistare solo fondi classificati come “Investment grade”. La stessa regola vale per gli acquisti all’interno del programma di acquisti di obbligazioni da parte della BCE (denominato quantitative easing) da cui sono stati esclusi gli acquisti di obbligazioni Junk. Subire quindi un “downgrade” (quando cioè il proprio rating viene abbassato) tale che i bond emessi vengano classificati come Junk e quindi non più acquistabili dagli investitori istituzionali e dalle banche centrali, rischia di portare alcune aziende fortemente indebitate al fallimento (a seguito del fatto che il costo per potersi ulteriormente indebitare diventerebbe insostenibile).

Negli ultimi mesi le banche centrali sembrano essere consapevoli di questo problema. La BCE, già dal 2019, aveva incluso nel proprio piano di acquisto titoli anche la Grecia (contravvenendo dunque alla regola dato che i bond Greci hanno una valutazione media inferiore alla tripla B e non sarebbero acquistabili). È di questi giorni la notizia che le Federal Reserve abbia inserito nei suoi acquisti il sostegno (non diretto ma tramite titoli di gestione passiva, chiamati ETF, che li hanno in pancia) ad alcune di queste categorie di obbligazioni Junk.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, a parte la Grecia, tutti gli altri paesi hanno un rating di investment Grade. Nel gradino più basso (quindi, la tripla B) a rischio classificazione Junk qualora ci fosse un declassamento troviamo Italia, Portogallo, Croazia, Ungheria, Romania e Bulgaria.

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CORONAVIRUS, ESPLODONO LE RICHIESTE DI SUSSIDI DI DISOCCUPAZIONE IN USA: 10 MILIONI NELLE ULTIME DUE SETTIMANE, UN NUMERO MAI VISTO NELLA STORIA DEL PAESE.

Quello che vedete è il grafico che illustra l’andamento delle nuove richieste di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti d’America. Il picco nell’ultima parte dell’immagine (che si riferisce alle ultime due settimane) è impressionante. Il grafico parte dagli anni ’60, ma nulla di simile troveremmo anche se andassimo a ritroso nella loro storia.

I cosiddetti “Initial jobless claims” vengono pubblicati il giovedì di ogni settimana e registrano il numero di persone che fanno richiesta di un nuovo sussidio di disoccupazione negli Stati Uniti d’America nella settimana trascorsa.
Nella rilevazione precedente a questo picco le richieste erano state di 283.000 per poi, come si vede, esplodere a 3.283.000 (il 26 marzo) e 6.648.000 (il 2 aprile), per un totale di quasi 10 milioni di nuove richieste complessive.

Il mercato del lavoro statunitense presenta diverse differenze rispetto a quello dell’Europa continentale, sia per la maggior rapidità delle procedure di licenziamento, sia per l’assenza di ammortizzatori sociali che evitino il licenziamento quando le crisi produttive sono solo temporanee (cassa integrazione in Italia, kurzarbeit in Germania…).

Il governo degli Stati Uniti d’America ha stanziato la scorsa settimana circa 2000 miliardi di dollari di spese straordinarie per affrontare la crisi e, tra le altre cose, ha previsto l’incremento dei sussidi di disoccupazione. Gli Stati Uniti d’America sono al momento il paese più colpito dalla crisi del coronavirus e le prime stime parlano di un tasso di disoccupazione che potrebbe toccare la cifra del 30%.

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IL CORONAVIRUS E LE MOSSE DELLE BANCHE CENTRALI: SI RICOMINCIA A STAMPARE DENARO, RIPARTE IL QUANTITATIVE EASING!

La Federal Reserve USA e la BCE ricominciano ad acquistare in maniera massiva obbligazioni, siamo tornati ad uno scenario che non si vedeva dalla crisi dei mutui subprime del 2008.
Capiamo perché.

Nella notte di domenica 15 marzo la Federal Reserve americana ha annunciato il lancio di un programma di acquisto di obbligazioni per un valore di 700 miliardi di dollari.

Il cosiddetto quantitative easing (già avviato in precedenza in USA dal 2008 al 2014 a seguito della crisi dei mutui subprime) consiste nell’acquisto da parte della banca centrale di obbligazioni e nella conseguente immissione di liquidità nel sistema finanziario. Verranno acquistati 500 miliardi di dollari in obbligazioni statali e 200 miliardi di MBS (mortgage backed secutities) cioè obbligazioni legate ai mutui immobiliari.

Tre giorni dopo, la BCE, che aveva già in corso un programma di acquisto di obbligazioni (governative e private) per circa 33 miliardi di euro al mese, si accoda con un forte incremento degli acquisti di altri 750 miliardi da qui a fine anno.

Quali sono le ragioni di questi interventi?

Le banche centrali cercano così di rispondere al rischio di recessione economica e al panico nel sistema finanziario che ha fatto seguito all’allarme pandemico diffusosi nel mondo per la diffusione del coronavirus.
L’immissione di nuova liquidità nel sistema (se la banca centrale acquista obbligazioni pubbliche e private, in corrispondenza “stamperà” nuovo denaro che, tramite il sistema bancario, entrerà in circolo) intende agevolare la disponibilità a prestare denaro delle banche, cercando di scongiurare quanto accaduto negli USA nel 2008, quando i fallimenti a catena di istituzioni finanziarie fecero scomparire la liquidità dal sistema per la diffidenza delle banche a prestare denaro.

Nello stesso tempo (attraverso l’acquisto di obbligazioni governative) le Banche centrali finanziano il debito pubblico che, a seguito di una situazione di crisi come quella a cui potremmo trovarci davanti, è destinato ulteriormente ad aumentare. Nel caso dell’Europa, il sostegno alle obbligazioni governative dei paesi membri intende anche proteggere il valore dei titoli di stato di alcuni paesi con una situazione di finanza pubblica più debole che rischiano di essere oggetto di forti vendite da panico da parte degli investitori (oltre che di attacchi speculativi).
Nella giornata di ieri lo spread sui titoli decennali italiani aveva toccato un picco di 320.

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LO SHOCK CORONAVIRUS SCUOTE L’ECONOMIA GLOBALE: IL DENARO NON COSTA PIÙ NULLA!

La Federal Reserve USA abbassa, per la seconda volta in meno di due settimane, i tassi di interesse, portando a zero il costo del denaro. Non accadeva dalla crisi dei mutui subprime del 2008.

Vi spieghiamo perché. Domenica 15 marzo la Federal Reserve americana ha abbassato i tassi di interesse di un punto %, da 1,25 allo 0,25%. La mossa fa seguito ad un ulteriore ribasso già avvenuto meno di due settimane fa di mezzo punto.
Entrambe queste decisioni sono avvenute al di fuori delle occasioni “ufficiali” e quindi sono state prese in una situazione considerata di emergenza. Normalmente la revisione dei tassi di interesse avviene infatti in appuntamenti che si tengono a scadenze regolari. Una azione di questo tipo (con un ribasso complessivo dei tassi dell’1% nell’arco di 9 giorni), non si vedeva dai tempi della crisi finanziaria del 2008, ed è giustificata dalla situazione di allarme mondiale che segue la diffusione dell’epidemia di coronavirus che ha portato nelle ultime 3 settimane le borse mondiali a perdere tra il 30 e il 40% del loro valore.

Accanto a questo crescono le preoccupazioni di una recessione economica dovuta alla contrazione della domanda che potrebbe fare seguito all’emergenza mondiale.

Ma cosa sono i tassi di interesse e per quale motivo possono influenzare l’economia?

Le banche centrali definiscono periodicamente il tasso base a cui le banche commerciali possono prendere in prestito denaro dalla banca centrale stessa per prestarlo a loro volta ai clienti. Il tasso definito dalla banca centrale influenza quindi l’intero sistema finanziario ed economico di un paese. Più i tassi sono bassi, più le aziende e i privati sono agevolati a prendere denaro in prestito contribuendo così alla ripresa della domanda. Nello stesso tempo, abbassando i tassi di interesse, si cerca di evitare che aziende e società finanziarie fortemente indebitate possano entrare in crisi di insolvenza (default) a causa dell’impossibilità di onorare i debiti pregressi (le probabilità di questo evento aumentano nel momento in cui si avvia una recessione che fa calare i redditi per imprese e famiglie).

Dal 2009 al 2015 la Federal Reserve aveva mantenuto i tassi di interesse vicini allo zero (0,25%) per agevolare la ripresa economica dopo la crisi dei mutui subprime per riportarli, lentamente, sino al 2,5% (nel 2018).

Ora siamo tornati alla situazione di allora.

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