LA POPOLAZIONE STRANIERA SI REDISTRIBUISCE IN MODO DISEGUALE FRA I PAESI EUROPEI

L’incidenza della popolazione straniera sulla popolazione totale residente nell’Unione Europea, al primo gennaio 2022, era pari all’8,5% della popolazione totale. In Italia tale percentuale è esattamente in linea con la media europea; infatti, anche nel nostro Paese la percentuale di stranieri residenti si aggira intorno all’8,5%. Tuttavia, fra i Paesi dell’UE esistono enormi differenze in termini di proporzione tra residenti stranieri e non. È il caso del Lussemburgo che conta il 47,1% di stranieri residenti sul territorio, una percentuale piuttosto elevata e diametralmente opposto rispetto ai dati della Lituania con solo lo 0,1%.


Popolazione straniera residente: livelli e incidenza percentuale nei 15 Paesi Ue con la maggiore presenza in termini assoluti di cittadini stranieri. Valori assoluti (scala di sinistra, chiave di ordinamento) e percentuale sulla popolazione residente (scala di destra) al 1° gennaio 2022. Fonte: XIII rapporto annuale del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, a cura della Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione, elaborazioni.
Applicazioni Data Science – Direzione Studi e Ricerche di Anpal Servizi su dati EUROSTAT.

Nel gennaio 2023 la popolazione straniera residente in Italia era di circa 5 milioni. Un numero che tra il 2010 e il 2023 è cresciuto di 1,2 milioni, compensando solo parzialmente il drammatico calo demografico, che secondo l’Istat è destinato ad accentuarsi, della popolazione italiana, diminuita di 2 milioni negli ultimi 13 anni.

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COME SI DISTRIBUISCONO LE DIVERSE NAZIONALITÀ DEI LAVORATORI IMMIGRATI TRA SETTORI PRODUTTIVO IN ITALIA

Le caratteristiche dell’occupazione e le specializzazioni settoriali mostrano una notevole variabilità sulla base della nazionalità e dei lavoratori. Se guardiamo alle 10 cittadinanze più numerose (cfr. figura), notiamo, ad esempio, che fra i cinesi c’è una forte percentuale di lavoratori autonomi(43,2%), che i lavoratori bangladesi sono presenti soprattutto nel settore degli alberghi e ristorazione, che gli albanesi sono principalmente impiegati nelle costruzioni e nell’industria in senso stretto.

Caratteristiche dell’occupazione per principali cittadinanze straniere, Italia, composizioni percentuali, 2022. Fonte: Caritas, dossier statistico immigrazione 2023 su dati Istat
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SONO I LAVORATORI IMMIGRATI I PIÙ ESPOSTI ALLA PRECARIETÀ

Gli immigrati regolari in Italia sono occupati più dei lavoratori autoctoni con contratti atipici. Un terzo dei lavoratori stranieri ha un contratto non standard, a termine e/o in part-time involontario, a fronte del 19,6% degli italiani.

La quota di part-time involontario fra gli stranieri è pari al 17,9%, quasi il doppio rispetto agli italiani (9,4%), e coinvolge soprattutto le donne (27,9% le straniere e il 15,2% le italiane). Il part-time involontario coinvolge il 10,7% degli uomini stranieri e il 5,1% degli italiani. Mentre per gli italiani al crescere del livello di istruzione il part-time involontario diminuisce dal 12,0% per chi ha al massimo la licenza media al 5,9% per i laureati, per gli stranieri l’incidenza del part-time
involontario rimane quasi stabile, scende infatti solo dal 18,3% al 16,2%.

Gli immigrati sono impiegati con contratti temporanei più dei nativi: nel 2021 il 20% dei lavoratori immigrati (e il 13% dei nativi) aveva un contratto temporaneo. Anche negli altri paesi europei i contratti temporanei sono diffusi più fra gli immigrati che fra i nativi, ma, a differenza degli altri paesi UE, in Italia i contratti temporanei per gli immigrati sono in aumento (5 punti percentuali nell’ultimo decennio) mentre negli altri paesi UE la percentuale di contratti temporanei degli stranieri è in calo.

La condizione più sfavorevole riguarda le donne: oltre 40,7% delle straniere ha un contratto non standard rispetto al 26,3% delle italiane. La situazione è migliore fra gli uomini, ma il divario rispetto ai nativi rimane elevato: il 28,3% degli stranieri ha un contratto non standard rispetto al 14,8% degli italiani.

La situazione di precarietà degli stranieri nel mercato del lavoro si è manifestata chiaramente nel 2020 con la pandemia del Covid-19, quando il numero di occupati italiani è diminuito dell‘1,4% e quello degli stranieri del 6,4%.

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L’IMPORTANTE CONTRIBUTO DELL’IMMIGRAZIONE AL PIL NAZIONALE NONOSTANTE IL SISTEMATICO SOTTOUTILIZZO DELLE COMPETENZE DEGLI IMMIGRATI

Sono oltre 2,3 milioni gli occupati immigrati in Italia (10,3% del totale) e il lavoro degli immigrati contribuisce al PIL italiano per oltre il 9%, con picchi superiori al 14% in agricoltura e nell’edilizia.
Dopo la pandemia che ha penalizzato in particolar modo gli immigrati e, fra questi, soprattutto le donne, l’occupazione degli immigrati ha registrato una netta ripresa. Permangono tuttavia notevoli criticità.


L’Italia richiede soprattutto manodopera scarsamente qualificata”, infatti impiega lavoratori stranieri istruiti e qualificati in lavori dequalificati, penalizzando soprattutto (e pesantemente) le donne straniere. Gli immigrati con basso livello di istruzione hanno lavori mal retribuiti e precari, spesso stagionali. Gli immigrati con istruzione terziaria spesso vengono impiegati al di sotto del loro livello di qualifica. Il 33,1% degli stranieri svolge un lavoro che richiederebbe un livello d’istruzione più basso di quello posseduto a fronte del 25,2% degli italiani; in particolare la quota delle donne sovra istruite è del 42,2% contro il 26,5% delle italiane, mentre tra gli uomini i valori sono più vicini a quelli degli autoctoni: 26,6% di sovra istruiti fra gli stranieri contro il 24,2% fra gli italiani. In Italia, gli stranieri con istruzione terziaria hanno meno probabilità di essere occupati rispetto agli altri paesi dell’Unione Europea. Nel 2021, il tasso di occupazione degli immigrati con istruzione terziaria è stato del 69%, ben 17 punti percentuali meno dei loro coetanei nativi, si tratta della più grande differenza all’interno dei paesi OCSE.

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Uniti per la solidarietà: l’Associazione Diritto al Futuro dona tre pc alla ONLUS Amici di Mujwa

Grande partecipazione alla raccolta fondi organizzata sabato 25 novembre dall’associazione Amici di Mujwa, l’ente del terzo settore che svolge attività in Kenya e si rivolge principalmente ai bambini cui vuole offrire maggiori opportunità di istruzione.

La nostra associazione è stata ospite presso la Pro Loco di Isolabella (TO) per partecipare alla cena solidale, una raccolta fondi che ha unito la solidarietà allo spirito conviviale. In tale occasione abbiamo donato tre pc alla onlus Amici di Mujwa.

Al fine di realizzare tutti quegli obiettivi che mirano al raggiungimento del benessere e dell’uguaglianza è fondamentale, per noi enti del terzo settore, unire le forze e lavorare insieme. Sabato abbiamo fatto un ulteriore piccolo passo in quella direzione.

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CRISI DELLA FABBRICA DEL MONDO?

Le tensioni geopolitiche tra USA e Cina hanno portato nel corso degli anni a una riduzione del peso delle importazioni in USA dalla Cina e un aumento del ruolo di altri paesi come Messico, India e Vietnam. La frammentazione della catena di fornitura potrebbe essere non una delocalizzazione, ma solo una ridefinizione della catena stessa con effetti su economia ed inflazione che dovranno essere compresi.

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FINE DELLA GLOBALIZZAZIONE?

La globalizzazione ha iniziato a rallentare già dalla crisi del 2008.
L’inasprimento delle tensioni geopolitiche, che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina, potrebbero rallentarne ulteriormente il passo con ulteriori effetti inflativi nel pianeta a seguito della frammentazione della catena di fornitura globale.

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LA RECESSIONE CHE SI FA ATTENDERE E I RISCHI DI FRAMMENTAZIONE DELLA CATENA DI FORNITURA GLOBALE

L’inflazione non tornerà al 2% prima del 2025: queste sono le nuove previsioni emerse nel corso dell’anno che hanno portato ad un progressivo rialzo dei tassi di interesse che potrebbero rimanere così ancora a lungo.

Nonostante questo, per ora, i principali istituti internazionali (FMI, OCSE e Banche Centrali) non prevedono che l’impatto sull’economia sia tale da provocare una recessione imminente, né ci siano evidenti segnali dello scoppio di una qualche bolla finanziaria.

I fattori che avevano portato all’impennata dell’inflazione tra il 2021 e il 2022 si sono ormai in buona parte smorzati, altri invece potrebbero essere responsabili del suo perdurare negli anni a venire, come la transazione energetica e la frammentazione della catena globale di fornitura a seguito dell’inasprirsi delle tensioni geopolitiche.

Se i Brics non sono un’alleanza politica sono sicuramente la prova della crescita del peso politico di paesi come la Cina e l’India. Infatti, è proprio la Cina che si candida ad essere il principale antagonista dell’egemonia Usa, nonostante nell’anno in corso stia andando incontro a diverse difficoltà sul versante economico.

Tra le cause figura l’inasprirsi della crisi immobiliare e, per questo motivo, la linea adottata è quella di una politica monetaria opposta a quella delle economie avanzate, abbassando i tassi di interesse e fornendo supporto monetario alle banche.

L’economia americana sta crescendo ad un ritmo inatteso, ma anche al costo di un debito pubblico che è salito ai massimi storici e continuerà con buona probabilità a salire nei prossimi anni.

Tale situazione solleva alcune riflessioni sulla possibile crescita del ruolo degli Stati nel prossimo futuro, ma anche sulla sostenibilità e sugli effetti dell’ulteriore crescita del loro indebitamento.

Maggiori approfondimenti sono contenuti nel report n° 16 sullo scenario di finanza internazionale:

https://www.dirittofuturo.org/?page_id=137

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BREVE STORIA DEI RENDIMENTI REALI (NEGATIVI)

Il rendimento reale di un asset finanziario non è altro che la differenza tra il suo rendimento nominale e l’inflazione, il dato è importante perché permette di valutare quale è il ritorno effettivo per il titolare.

In questo momento negli Stati Uniti la differenza tra il tasso base interbancario (fed funds rate) e l’inflazione è negativa per oltre il 7,5%. Ciò significa che il denaro depositato in banca al tasso base comporta una svalutazione negativa del capitale della medesima percentuale ogni anno. Nel momento in cui stiamo scrivendo questo articolo, anche il titolo governativo decennale USA, considerando l’inflazione attesa, riporta un rendimento annuo negativo dello 0,88%. Rendimenti così negativi non si vedevano in USA dal 1951.

La situazione non è molto diversa per l’area euro, in cui se si confronta il tasso di interesse interbancario e l’inflazione, il rendimento negativo supera il 5,5%. Anche in questo caso, per quanto sia più complicato ricostruirne l’evoluzione (l’euro è nato nel 2002), tassi così negativi, per la media dei paesi che fanno parte dell’area, non si vedevano dagli anni ’50.

Anche l’evoluzione storica delle due aree non è molto diversa. Se osserviamo il rapporto tra tasso base e inflazione nell’area euro nella figura qui sotto, vediamo come lo spartiacque più recente sia stata la grande crisi finanziaria del 2008, dopo la quale i rendimenti a reddito fisso sono rimasti sempre negativi.

Confronto tra tasso euribor a tre mesi (in nero) e il tasso di inflazione nella zona euro (in blu). Fonte: tradingeconomics.com

Non molto diverso è l’andamento del rendimento reale negli USA per cui in questo caso è stato utilizzato un confronto tra il rendimento del titolo governativo a 1 anno e l’inflazione (il rendimento reale è indicato in blu, in rosso l’inflazione e in nero il rendimento del treasury ad 1 anno).

Confronto tra il tasso di inflazione in USA (rosso), e il tasso a 1 anno dei titoli governativi (nero) dal 2008 ad oggi. In blu il rendimento reale. Fonte: longtermtrends.net

Per cercare di comprendere le dinamiche precedenti il 2008 utilizziamo un working paper scritto oltre dieci anni fa sull’argomento (quando il fenomeno dei rendimenti negativi era appena all’inizio), ma che ci fornisce oltre ad alcuni possibili spunti interpretativi, interessanti analisi quantitative di sintesi sull’evoluzione dei rendimenti reali in tutto il pianeta dal dopoguerra al 2009: “The liquidation of government debt” – pubblicata nel 2011 dal National Bureau of Economic Research ad opera di Carmen M. Reinhart e M. Belen Sbrancia.

Come mostrato nella figura qui sotto, l’evoluzione dei tassi reali sui depositi (ed il fenomeno è simile per quelli sui bond governativi) può essere divisa in due periodi ed ha come spartiacque i primi anni ’80.

Se dagli anni ’80 i tassi reali (sino al 2009, data a cui si ferma questa analisi) sono stati sempre mediamente positivi (l’analisi è suddivisa tra economie emergenti, in verde e avanzate, in arancione) nel periodo precedente (a partire dal dopoguerra) i tassi reali sono stati mediamente quasi sempre negativi.

Tassi reali sui depositi nel mondo dal 1945 al 2009. In arancio le economie avanzate, in verde le economie emergenti. Fonte: Carmen M. Reinhart, M. Belen Sbrancia: “The liquidation of government debt”. National Bureau of Economic Research (2011).

Il periodo che va dunque dal 1945 al 1980 viene definito dalle autrici di “repressione finanziaria”. Il termine venne in realtà “coniato” negli anni ’70 e fa riferimento a manovre da parte dei governi per limitare i rendimenti ben al di sotto dei tassi di inflazione, con l’obiettivo di erodere il debito pubblico ad evidente svantaggio dei detentori di depositi e obbligazioni.

È proprio in relazione all’evoluzione del debito pubblico che si orienta l’interpretazione delle autrici sull’andamento dei rendimenti reali nei due periodi (prima e dopo il 1980): i rendimenti fortemente negativi nel periodo del dopo guerra sono stati uno strumento utile per recuperare il debito post-bellico.

I rendimenti negativi lavorano a favore del debitore e fanno meno “rumore” degli strumenti fiscali (la tassazione) tanto che da qualcuno sono definiti una “tassa occulta”.

Le figure riportate sotto riportano l’andamento medio del debito pubblico globale (suddiviso tra i medesimi macro-aggregati: economie emergenti e avanzate) e quello degli Stati Uniti.

Andamento del debito pubblico nel mondo dal 1900 al 2009. In arancio le economie avanzate, in verde le economie emergenti. Fonte: Carmen M. Reinhart, M. Belen Sbrancia: “The liquidation of government debt”. National Bureau of Economic Research (2011).
Andamento del rapporto Debito/PIL in USA dal 1945 al 2020. Fonte: tradingeconomics.com

La discesa del debito nei 35 anni successivi alla seconda guerra coincide in maniera piuttosto evidente con il periodo di “repressione finanziaria”.

Gli strumenti utilizzati per mantenere i tassi ben al di sotto dell’inflazione erano sostanzialmente due. Da un lato una limitazione alla circolazione dei capitali (che lo stesso sistema di Bretton Woods prevedeva) e dall’altro l’imposizione di limiti alle possibilità per le banche di pagare tassi di interesse che permettevano di mantenere i tassi pagati ben al di sotto dell’inflazione corrente. Con la fine del sistema di Bretton Woods vennero progressivamente meno sia gli strumenti di limitazione alla circolazione dei capitali, sia, entro i primi anni ’90, i limiti per le banche alla possibilità di concedere tassi di interesse oltre una certa soglia. Il risultato fu che a partire dagli anni ’80, con un debito pubblico ormai ridotto al minimo e pur con una crescita economica ben inferiore ai 35 anni precedenti, i rendimenti reali tornano mediamente positivi sino alla grande crisi finanziaria del 2008-2009.

Ma quali sono stati gli effetti della repressione finanziaria sul debito pubblico sino al 1980? Secondo le stime delle autrici i punti di PIL di debito annuo andarono dal 3% circa per paesi come gli Stati Uniti e lo UK, al 5% per paesi con inflazione più elevata come Italia e Australia. Numeri che aiutano a far scendere il debito pubblico e arrivare a minimi da cui poi, negli anni successivi il 1980 e sino al 2020, non si è più smesso di salire.

Se quindi è vero che i tassi nominali sono stati in costante discesa dagli anni ’80, limitarsi a questo dato rischierebbe di farci perdere una importante informazione, cioè quella dei rendimenti reali, che proprio dagli anni ’80 iniziarono a diventare invece positivi. Fino a quando? Fino alla crisi finanziaria del 2008, dopo la quale ci si ritrovò con un debito sempre più elevato e i rendimenti reali ricominciarono a diventare negativi.

In questo lavoro (scritto nel 2011), le autrici prevedono la possibilità del ritorno di un lungo periodo di repressione finanziaria, volta a ridurre progressivamente il debito creato. A oltre dieci anni di distanza non si può dire che le cose siano andate diversamente e soprattutto che non potrebbero continuare nei prossimi anni.

Ma quali sono stati gli strumenti attraverso cui è stata attuata la “repressione finanziaria” dal 2008 in poi?

Se è vero che i movimenti di capitale sono ormai totalmente liberi (almeno nei paesi occidentali) e non esistono limiti ai tassi di interesse che possono essere corrisposti, è anche vero che da un lato sui mercati della liquidità sono sempre più diventati importanti come attori le banche centrali, il cui bilancio, proprio a partire dal 2008, è stato pesantemente accresciuto.  Dall’altro, la regolamentazione più stringente per le banche private, nata proprio sulla scia della crisi dei subprime, e del sistema bancario, ha contribuito a ridurre di molto la disponibilità delle banche a correre rischi, accrescendo ulteriormente la quantità dei depositi rispetto a quella dei prestiti concessi. 

L’azione delle banche centrali è stata nell’ultimo decennio sempre accomodante, sia sul lato delle iniezioni di liquidità, sia su quello dei tassi, tanto da portare una buona parte dei rendimenti nominali delle obbligazioni a valori negativi (ne parlammo abbondantemente qui: https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2020/04/OSFI_Scenario_di_finanza_internazionale_n_4_settembre_2019.pdf ). A fronte di un debito sempre crescente, la loro tolleranza verso una possibile inflazione d’altro canto è molto probabile sia cresciuta progressivamente e anche in periodi “non sospetti” (quando l’inflazione era ancora sostanzialmente assente, nell’agosto 2020) la banca centrale americana modificava i propri target di inflazione da fissi (al 2%) a medi, senza peraltro stabilire il periodo su cui tale target medio venisse calcolato e di fatto lasciandosi mano libera nel breve periodo. Tanto è che, solo recentemente, quando l’inflazione ha superato il 7%, la Fed ha ammesso che era diventata troppo elevata, iniziando, senza mostrare troppa fretta, a promettere di alzare i tassi in futuro (tassi che ora comunque sono ancora allo 0,25% e potrebbero stazionare intorno al 2% a fine anno). Non è stata nel frattempo da meno la BCE, e nemmeno i tedeschi (che sono stati il paese con tassi più pesantemente negativi in questi anni grazie alla forza del bund) sembrano sollevare troppe proteste per una inflazione oltre il 5% e di rialzare i tassi, per ora, nessuno ne ha ancora parlato in maniera ufficiale, nemmeno di fronte a domande esplicite.

È evidente che le ragioni per mantenere i tassi bassi sono state diverse in questi anni. Da un lato la crescita del debito pubblico, ma anche di quello privato, a volte erogato in forme rischiose come quello high yield e con strumenti sintetici come i CLO (ne abbiamo parlato qui https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2020/07/Rapporto-OSFI-7-Giugno-2020.pdf) . Il risultato dell’azione delle banche centrali (cresciuta addirittura esponenzialmente con la pandemia di COVID) è stato che la massa di liquidità immessa e i tassi bassi hanno di fatto eliminato dai mercati finanziari la componente di rischio (https://www.dirittofuturo.org/?p=1322 ), portando anche gli asset più rischiosi come i junk bond, negli ultimi anni, ad avere rendimenti reali a minimi storici e in alcuni casi negativi, ma sino a che l’inflazione si era mantenuta su valori relativamente bassi il peso di questa “tassa occulta” era stato molto meno visibile.

L’impennata dei prezzi dal 2021 ha reso più evidente il fenomeno, che se da un lato può aiutare i paesi più indebitati a limare diversi punti di debito, dall’altro rischia di riportare l’inflazione a livelli difficilmente sostenibili, sia per dal punto di vista sociale sia per l’impatto che può avere nel medio periodo sulla crescita economica stessa.

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LO SWIFT E LE ALTERNATIVE A DISPOSIZIONE DI RUSSIA E CINA

A seguito dell’invasione dell’Ucraina, la Russia è stata esclusa dalla rete SWIFT. È la prima volta che questo si verifica per un paese così importante (era successo in passato per l’Iran). Già a seguito della crisi della Crimea nel 2014 si era paventata questa ipotesi, ma nei fatti ciò non era avvenuto. All’epoca la Russia non aveva sistemi di pagamento alternativi e la sanzione sarebbe stata ancora più severa di oggi. Anche a seguito di quell’episodio la Russia ha cercato di sviluppare un proprio sistema interno di pagamenti che si chiama MIR e che gestisce il 25% degli scambi con carte nel paese. In parallelo è stato sviluppato un sistema di comunicazione interbancaria analogo allo Swift: SPFS (system of transfer of financial messages) che però opera prevalentemente in Russia. Alla fine del 2020 appena 23 banche straniere erano entrate nel sistema. Se la Russia pare quindi in grado di poter gestire le transazioni interne al paese con un proprio sistema, diverso è per le transazioni con l’estero.

Lo SWIFT è un consorzio di banche con sede a Bruxelles, il suo network permette alle istituzioni finanziarie che ne fanno parte di inviare e ricevere informazioni riguardo le transazioni in maniera altamente sicura. Oltre la metà delle transazioni transfrontaliere mondiali sono gestite da questo network.

La sede dello SWIFT è a Bruxelles e questo costituisce senza dubbio un formidabile strumento di pressione politica che può essere utilizzato dai paesi che sono in grado di influenzarlo. Questa è stata una delle ragioni che hanno spinto anche la Cina a cercare di sviluppare un sistema di pagamenti alternativo: il CIPS (Cross- Border interbank payment system), che non è un consorzio di banche ma è gestito direttamente dalla Banca centrale cinese. Nella realtà il CIPS non è solo un sistema di pagamento, ma è una vera e propria struttura finanziaria, che funziona dal 2015, e che gestisce non solo un flusso di informazioni sulle transazioni finanziarie (come lo SWIFT), ma agisce anche  da camera di compensazione, cioè offre servizi di clearing e settlement, facendo in modo che le operazioni finanziarie vadano a buon fine attraverso la verifica della disponibilità finanziaria dei contraenti e può fare questo perché detiene i conti dedicati delle banche che aderiscono direttamente al sistema (cosiddetti partecipanti diretti).

Attualmente il CIPS conta 75 partecipanti diretti e 1205 partecipanti indiretti (che accedono al sistema attraverso le banche che partecipano direttamente).  Nel 2016 è stato fatto un accordo con la società che gestisce lo SWIFT per permettere le comunicazioni riguardo le transazioni effettuate tra i due sistemi.

È importante notare che il CIPS rimane un sistema con una valenza regionale, dato che gestisce transazioni effettuate in Yuan. Se quindi il sistema può essere una alternativa per la Russia nella gestione delle transazioni con la Cina, l’efficacia delle sanzioni rimarrà per quanto riguarda le transazioni con altri paesi e soprattutto gestite con altre valute diverse dallo Yuan. Può essere utile a comprendere meglio le reali dimensioni del CIPS confrontare il numero di transazioni medie giornaliere dichiarate (14.000) con quelle dello SWIFT (42 milioni).

È proprio il tema valutario, crediamo, lo snodo cruciale per comprendere non tanto quello che sta succedendo, ma soprattutto quello che potrebbe succedere in futuro. Il tentativo della Cina di creare un suo sistema di pagamenti va di pari passo con il tentativo di allargare l’utilizzo della propria valuta. Tentativo che se è in parte riuscito per quanto riguarda gli scambi con la madrepatria (attualmente il 20% degli scambi con la Cina sono effettuati in Yuan, gli altri prevalentemente in dollari), non si può dire altrettanto per quanto riguarda il respiro globale di questa valuta, in cui vengono gestiti poco più del 2% dei commerci globali e che occupa nelle riserve mondiali appena una simile percentuale.  La possibilità di estendere un sistema di pagamenti alternativo a quello in corso non può che essere trainata dalla valuta attorno a cui ruota il sistema stesso. Il problema per la Cina è che la scelta politica effettuata (e cioè il controllo dei capitali e la non convertibilità della propria valuta), rendono molto complessa questa operazione, dato che rimane difficile che una valuta scambiata quasi esclusivamente nel paese che la emette e la cui circolazione è limitata da autorizzazione governativa, possa diventare internazionale, ne abbiamo parlato diffusamente qui: https://www.dirittofuturo.org/?p=1114

Quanto detto chiarisce quelli che sono i margini di manovra, sotto questo fronte, degli attori in campo. La Russia non ne ha, dato che detiene una valuta molto debole e senza alcuna possibilità di diffusione internazionale (la discesa del 30% del suo cambio sul dollaro nel giorno successivo l’annuncio delle sanzioni ne è una discreta prova) e una prolungata estromissione dal circuito di dollari ed euro la costringerebbe ad appoggiarsi al sistema cinese che pur ha dei grossi limiti in quanto a diffusione internazionale (lo abbiamo visto sopra). In merito alla Cina, crediamo che stante i suoi obiettivi di crescita e di riequilibrio economico interno, difficilmente cercherà di creare frizioni che possano costringerla ad accelerare un processo (quello della creazione di un’area di influenza finanziaria e valutaria alternativa) in maniera troppo rapida, dato che il suo sistema finanziario (in modo particolare quello bancario) non è ancora pronto per tale passo. Ciò non impedisce che il tentativo di ulteriore internazionalizzazione dello Yuan continui e la crisi in atto potrebbe accelerarne il processo.

Per un approfondimento sul sistema economico e finanziario della Cina vi rimandiamo al nostro report sul sistema finanziario internazionale n° 9, che trovate qui: https://www.dirittofuturo.org/?page_id=137

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