LA LEVA FINANZIARIA DEI TRADER RETAIL È AI MASSIMI STORICI

Qualche settimana fa avevamo scritto del fenomeno Gamestop e della crescita dell’attività di trading dei cosiddetti “retail”, cioè i piccoli investitori. https://www.dirittofuturo.org/?p=745

Nell’ultimo quarterly report la BIS (Bank for International Settlements) analizza il fenomeno sotto alcuni punti di vista. Se da un lato viene messo in evidenza come, almeno dal 2017, sia cresciuta l’attività giornaliera dovuta all’acquisto di singoli titoli piuttosto che di ETF (exchange – traded funds), ancora più interessante ci pare il grafico che alleghiamo e che riguarda la crescita dell’uso della leva finanziaria da parte dei medesimi investitori retail.

Gli acquisti di singoli titoli azionari e di vari strumenti derivati sugli stessi sono spesso finanziati a debito, colui che effettua l’operazione utilizza quindi la leva finanziaria che gli permette di avere a disposizione una quantità di denaro (il cosiddetto margine) inferiore a quella realmente investita.

Le operazioni in leva evidenziano una maggiore disponibilità degli investitori ad assumersi dei rischi, dato che se permettono un guadagno maggiore (di cui la leva è moltiplicatore), nello stesso tempo sono molto più suscettibili alle oscillazioni di mercato ed aumentano le probabilità di perdita dell’intero capitale investito.

Tornando al grafico qui evidenziato, la curva in blu indica, in USA, il valore assoluto di questo indebitamento (che a dicembre ha superato i 750 miliardi di dollari), quella in rosso il medesimo indebitamento rapportato al PIL del paese del trimestre precedente. È abbastanza evidente che ci troviamo ad un massimo di tale esposizione che ha superato anche i picchi del periodo della bolla di internet (2000) e di quella dei mutui subprime (2007-2008).

Nel fine settimana il congresso USA ha approvato un piano di stimoli da 1900 miliardi di dollari. Di questa quota, almeno mille sono trasferimenti diretti alle famiglie. In questo scenario viene da chiedersi (ma soprattutto da sperare il contrario) quanto di questo denaro verrà investito in attività di speculazione, come è già avvenuto (ne abbiamo parlato nell’articolo citato sopra) in occasione delle erogazioni dello scorso anno.

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COS’E’ IL CONTROLLO DELLA CURVA DEI RENDIMENTI?

Ormai da qualche settimana si sente parlare con insistenza sulle principali fonti di informazione economica e finanziaria di curva dei rendimenti e dell’ipotesi che la banca centrale americana (quella giapponese lo fa da tempo) possa decidere di controllarla, soprattutto sulle durate più lunghe come quella decennale.  

Cosa significa? Prima di parlare dei rendimenti obbligazionari a dieci anni e di quello che sta succedendo in questi giorni, partiremo da lontano, iniziando dal tasso di riferimento di breve periodo che in USA è il cosiddetto Fed Funds rate.

L’obiettivo di Fed Funds rate viene stabilito ad ogni riunione periodica della Banca Centrale (FOMC: Federal Open Market Committee), esso è il tasso di interesse interbancario, cioè quello a cui le banche si prestano denaro tra loro.

Il mercato interbancario è la prima fonte di finanziamento di brevissimo periodo di qualsiasi operatore finanziario per due ragioni: la prima è che non tutti gli operatori hanno accesso al prestatore di ultima istanza (che è la banca centrale) dato che solo le banche vere e proprie possono farlo, mentre altri operatori (come i broker, gli hedge fund e i fondi immobiliari, i cosiddetti Reit) non hanno accesso a queste fonti di finanziamento. La seconda ragione è che il tasso di interesse interbancario è normalmente più basso di quello a cui la banca centrale presta denaro alle banche (il tasso di sconto) e diventa quindi la prima fonte di approvvigionamento di prestiti a breve periodo. Nelle intenzioni della banca centrale, infatti, il suo intervento tramite prestiti diretti alle banche deve essere solo di ultima istanza, ma in una situazione “normale” gli operatori privati devono fare da sé utilizzando il mercato interbancario il cui tasso di interesse dovrà quindi essere più basso di quello ufficiale di sconto. Il tasso interbancario è ovviamente sottoposto alle leggi di mercato e se cresce la domanda di prestiti crescerà anche il tasso di interesse. Però qualora il tasso di mercato salisse troppo (cioè sopra il valore del tasso di sconto), il compito della banca centrale è di fare in modo che i tassi interbancari ritornino a una situazione di normalità con interventi diretti sul mercato interbancario (con operazioni dette Repo, Repurchasing agreement) che consistono in prestiti di brevissimo periodo (anche inferiori a un giorno, “overnight”, o superiori, “term”) in cambio di titoli obbligazionari (che fungono quindi da collaterale di garanzia), ma con un accordo di “riacquisto”, da parte di colui che contrae il prestito, già definito in termini di prezzo e di tempo. Questo meccanismo fa quindi crescere la liquidità nel circuito e scendere i tassi di interesse. Nel caso in cui ci sia invece troppa liquidità (e i tassi interbancari scendessero eccessivamente), la banca centrale farà l’operazione opposta, i reverse Repo, ritirando liquidità dal mercato in modo da far risalire i tassi di interesse sopra il valore di un altro tasso che è definito dalla Banca centrale e cioè il tasso a cui questa remunera le riserve che le banche non prestano ai loro clienti e depositano presso la Federal Reserve stessa. Si vengono quindi a formare due riferimenti al di sopra e al di sotto dei quali la Banca Centrale, attraverso operazioni di mercato si impegnerà a non far oscillare i tassi interbancari: il tasso ufficiale di sconto (riferimento superiore) e il tasso a cui vengono remunerate le riserve (riferimento inferiore).

I tassi a breve periodo, di cui abbiamo appena parlato, sono considerati il riferimento più importante, e influenzano quelli a seguire con durate più lunghe. L’andamento dei tassi con durate più lunghe determina quella che è chiamata la curva dei tassi di rendimento che definisce, per ogni scadenza di prestito, il tasso che il mercato prezza attraverso lo scambio di titoli obbligazionari. Per definire tale curva di riferimento vengono utilizzati i rendimenti delle obbligazioni governative a diverse scadenze (1, 2, 5, 7, 10, 30 anni…). La curva dei tassi di rendimento ha normalmente una inclinazione positiva, il che significa che i tassi per i prestiti di durata maggiore saranno più elevati di quelli di breve.

La teoria che cerca di spiegare l’andamento della curva dei tassi di rendimento parte da due assunti. Il primo è che gli investitori sono in grado di sviluppare delle aspettative sull’andamento dei tassi futuri e quindi tenderanno a valutare il rendimento di una obbligazione della durata di X anni sulla base dei tassi di breve (annuali) che si attenderanno per gli anni successivi. Se ad esempio gli investitori si attendono dei tassi di interesse in crescita costante (dell’1% all’anno), a fronte di un tasso annuale del 5% nel primo anno, il tasso riconosciuto a un bond quinquennale potrebbe essere dato dalla seguente formula di calcolo del tasso medio sui cinque anni:

(5% + 6% + 7% + 8% + 9%) / 5= 7%

Questa considerazione non tiene però conto del fatto che investire su un’obbligazione a lungo termine è tendenzialmente meno appetibile, a parità di tasso di interesse annuo, che investire su una a breve termine, quindi deve esistere un “premio per il rischio”, in quanto le obbligazioni a lungo termine sono per definizione più rischiose; qui arriviamo dunque al secondo assunto, che spiega per quale motivo la curva dei tassi è normalmente inclinata verso l’altro: a parità di tasso di interesse annuo atteso, gli investitori preferiscono acquistare obbligazioni a breve durata e pur di averle si accontenteranno di un rendimento annuo inferiore. Tornando all’esempio di cui sopra, un bond quinquennale renderà normalmente un po’ di più del 7%, valore dato dalla media matematica dei rendimenti futuri attesi. Analogamente, se il tasso futuro atteso per i 5 anni successivi fosse costante al 5% (invece che crescente), la stessa obbligazione quinquennale renderebbe comunque di più del 5% (la media del tasso nei 5 anni successivi), perché bisognerebbe appunto remunerare il “premio per il rischio”.

Se si vuole leggere lo stesso fenomeno richiamando implicazioni macroeconomiche si può aggiungere che una maggiore ripidità della curva dei tassi (con aspettative di crescita dei tassi futuri molto elevate) è di solito connaturata con una crescita delle aspettative di crescita economica, e quindi di investimento da parte soprattutto delle aziende, investimenti che avvengono con finanziamenti a lungo termine che fanno crescere la curva dei tassi a lungo (ad esempio il decennale) molto di più rispetto a quelli a breve (normalmente utilizzati dai consumatori per il finanziamento dei propri acquisti).

Arrivando ai giorni nostri, nelle ultime settimane si è vista una costante crescita dei rendimenti di lungo periodo, in modo particolare l’attenzione è stata per il decennale sul titolo governativo USA, che è arrivato nella sera di giovedì 25 febbraio a toccare 1,6%. Un rendimento che non si vedeva dal periodo di febbraio 2020.

La crescita del decennale USA può essere letta in diversi modi: aspettative di ripresa economica e quindi di maggiori investimenti. Tali aspettative sono ulteriormente rafforzate dalla prospettiva di un piano di incentivi fiscali di 1,9 trilioni di dollari che riverseranno questo ammontare direttamente nelle tasche dei consumatori. Ma qui il richiamo automatico è subito all’altro elemento che può aver contribuito alla crescita dei tassi di lungo periodo, e cioè l’inflazione, di cui abbiamo già parlato qui (https://www.dirittofuturo.org/?p=802 ). I timori di inflazione (giusti o sbagliati che siano) sono già nell’aria da diverse settimane, perché se le iniezioni di liquidità delle banche centrali passano dal sistema bancario, che può decidere, come del resto sta facendo da tempo, di non prestare buona parte del denaro che si ritrova nelle proprie riserve, uno stimolo fiscale di tale portata che arriva direttamente ai consumatori rischia di riversarsi direttamente sui prezzi. Ci ritroviamo dunque nella seguente situazione: aspettative di inflazione in crescita, ma tassi di breve a zero e “sotto controllo” in quanto gestiti dalla banca centrale, cosa fanno dunque gli investitori anticipando una ripresa economica? Compreranno i tassi a scadenza più lunga che infatti stanno salendo. Quale potrebbe essere la contromossa della Fed? Ovviamente decidere di controllare anche questi, attuando la cosiddetta YCC (yield curve control). Il controllo della curva dei rendimenti, di cui la Fed parla in realtà da quasi un anno, è una politica monetaria attuata dalla banca centrale volta a controllare non solo i tassi a brevissimo come fa normalmente (ne abbiamo parlato sopra), ma anche le scadenze successive e mantenendo i tassi attorno al limite fissato con acquisti (o vendita) di titoli obbligazionari della durata che si vuole controllare. I casi che vengono citati sono quelli degli USA nel periodo post-bellico (politica durata quasi 10 anni e poi sospesa per l’eccesso di inflazione che aveva creato), quello australiano (che ha avviato dallo scorso anno una politica di controllo dei tassi a 3 anni), ma soprattutto quella del Giappone, che ha inaugurato tale politica di controllo nel 2016, operando sul tasso a 10 anni e mantenendolo vicino allo 0 (ma questa volta senza sortire alcuno degli effetti espansivi auspicati).

Ma per quale motivo la Fed dovrebbe avventurarsi in tale politica, rischiando una ulteriore crescita dell’inflazione a seguito del contenimento dei tassi di interesse che ne scaturirebbe e dell’ulteriore iniezione di liquidità?

Qui subentrano due possibili spiegazioni. La prima è quella che vede la Fed operare una tale politica per evitare che la ripresa economica non venga ostacolata dalla crescita dei tassi a dieci anni che sono anche quelli di cui più usufruiscono le imprese, la medesima ragione che ispirò (seppur in un contesto molto diverso e più drammatico) quanto fatto nel periodo post-bellico. La seconda interpretazione invece ha a che fare con quello che è successo negli ultimi dodici anni proprio a seguito delle politiche monetarie delle banche centrali e riguarda il debito da un lato (quello privato e corporate soprattutto) e il mercato azionario dall’altro.

Riguardo quest’ultimo, bisogna sempre ricordare che nell’analizzare il rapporto prezzi utili delle azioni (e quindi il loro rendimento) è opportuno confrontarli con i tassi di interesse in vigore sul mercato, perché l’investimento azionario è sempre concorrente di un investimento molto più sicuro che è proprio quello in obbligazioni in modo particolare statali. Un paio di settimane fa Nomura aveva evidenziato il fatto che un decennale con un tasso superiore al 1,5% avrebbe potuto mettere fine al rialzo del mercato azionario, dato che la differenza (spread) tra il rendimento delle azioni e quello delle obbligazioni decennali sarebbe stata troppo bassa per giustificare una prosecuzione del rialzo del mercato azionario stesso: secondo i calcoli di Nomura, che ha utilizzato per valutare il rendimento delle azioni il cosiddetto trailing price/earning cioè quello degli ultimi 12 mesi, lo spread di rendimento dell’indice S&P 500 con il decennale è al momento di poco superiore al 1,6%, che è quindi il premio per il rischio nell’investire in azioni su questo indice. Insomma, un investitore si chiede per quale motivo dovrebbe continuare a investire in azioni se il premio per il rischio diventa troppo basso dal momento che il rendimento del tasso di un titolo decennale (molto più sicuro di un investimento in azioni) inizia ad essere interessante. Non è dato sapere se le stime di Nomura siano affidabili (nei medesimi giorni JP Morgan aveva affermato che per il momento non c’era invece nulla di cui preoccuparsi), quello che è certo è che quando nella serata di giovedì 25 febbraio il tasso del titolo decennale ha toccato 1,6%, il mercato azionario ha repentinamente accelerato la sua discesa (già iniziata nei giorni precedenti).

Se l’impatto sul mercato azionario di una prosecuzione del rialzo dei tassi di lungo periodo pare, si spera, chiarito, è parimenti importante considerare il debito, la cui crescita nel 2020 è stata ulteriore. Abbiamo diverse volte parlato (https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2020/07/Rapporto-OSFI-7-Giugno-2020.pdf ) degli effetti delle politiche monetarie delle banche centrali sul debito in questi anni, in modo particolare su quello più a rischio in capo alle aziende private, cosiddette zombie (che per diversi anni hanno accumulato profitti negativi o comunque inferiori al proprio tasso di finanziamento). Ebbene, se il mercato azionario verrebbe sostanzialmente affossato dalla risalita dei tassi, quello del debito, ad alcuni prestatori, rischierebbe di esplodere in mano, dato che il costo di finanziamento sarebbe per loro insostenibile. Ricordiamo che due settimane fa (prima che i tassi sul decennale si impennassero) il debito High Yield, quello contratto da aziende con basso rating, era arrivato ai minimi storici del 4%, molto inferiore alla situazione pre-pandemica.

Insomma, anche il mercato del debito, soprattutto High Yield, sentirebbe di sicuro l’influenza della crescita dei tassi più lunghi, quale quindi miglior ricetta allora se non quella di controllare anche loro con una nuova serie di acquisti mirati? In teoria tutto potrebbe funzionare, sino a che non si riaffaccerà l’inflazione. Al momento la crescita delle aspettative della stessa pare non essere ancora allarmante, è però necessario ricordare che raramente nella storia l’esplosione dell’inflazione è stata prevista con largo anticipo e i fattori che potrebbero “risvegliarla” iniziano ad accumularsi (non ultima l’impennata dei prezzi delle materie prime), se i prezzi dovessero iniziare a salire ben oltre i livelli attesi del 2%, la matassa da districare da parte della Fed diventerebbe davvero complicata e come sappiamo il primo strumento a disposizione di una banca centrale è di tipo “psicologico” ed ha a che fare col fatto che la banca stessa “dia l’impressione” di avere la situazione sotto controllo.

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LA CINA CONTINUA AD ATTRARRE CAPITALI, RECORD DI ACQUISTI DI BOND DALL’ESTERO

Nel 2020 l’afflusso di capitali esteri per l’acquisto di bond cinesi ha raggiunto la cifra record di 186 miliardi di dollari. Sono chiaramente poca cosa rispetto al totale del mercato interno che ammonta a circa 16.000 miliardi di dollari, ma l’apertura della Cina al mercato internazionale dei capitali è ancora all’inizio e la quota di bond cinesi detenuti da stranieri costituisce attualmente poco più del 3,3% della capitalizzazione complessiva del mercato del paese. Ne abbiamo ampiamente parlato qui https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2021/01/OSFI_Scenario_di_finanza_internazionale_n_9_dicembre_2020.pdf 

La strategia della “doppia circolazione” che è stata ufficializzata dal piano quinquennale definito a ottobre dello scorso anno, prevede di riorientare la storica posizione di paese esportatore per concentrarsi maggiormente sui consumi e gli investimenti interni. Pare quindi in linea con questo obiettivo la maggiore apertura ad attrarre capitali sia sotto forma di investimenti diretti, per cui la Cina nel 2020 è stato uno dei pochi paesi con saldo netto positivo (ne abbiamo parlato qui https://www.dirittofuturo.org/?p=765 ) sia di investimenti di portafoglio. È bene evidenziare che l’afflusso di capitali finanziari per acquistare bond è stato sicuramente favorito nell’anno appena passato dall’azzeramento dei tassi di interesse da parte di tutti i paesi maturi (in modo particolare di quelli USA) e pare al momento non risentire della crescita record di default di alcune aziende statali nell’ultima parte dell’anno.

In Cina il movimento di capitali finanziari non è libero, anche se su quelli in ingresso il governo sta lentamente avviandosi ad una crescente apertura all’afflusso di capitali esteri, il che significherà inevitabilmente ridurre la quota destinata agli investitori istituzionali, in modo particolare delle banche che ne detengono il 70% del totale, questo è stato uno dei fattori più limitanti per la crescita della liquidità di questi strumenti (oltre che per la diffusione verso investitori non istituzionali, la quota in mano alla famiglie è di poco superiore all’1% del totale).

Ancora maggiori sono invece le limitazioni (e i controlli) riguardo l’uscita di capitali ed è tuttora in vigore il limite individuale di 50.000 USD di cambio in valuta straniera ogni anno, oltre che le restrizioni per i residenti ad investimenti in titoli esteri E’ tuttavia di questi giorni una dichiarazione ufficiale (https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3122432/china-mulls-allowing-investment-overseas-stocks-insurance ) riguardo il fatto che la Cina stia valutando la possibilità per i privati di investire in titoli esteri (pur nel limite dei 50.000 dollari annui). Se questa sia una mossa temporanea, magari volta a frenare l’impetuosa salita dello yuan rispetto al dollaro, che potrebbe in futuro sfavorire troppo le esportazioni cinesi, non è al momento dato saperlo, è però certo che, come abbiamo ampiamente esposto nel nostro ultimo report, la gestione delle riforme in ambito finanziario è uno degli aspetti più delicati per il suo futuro e di sicuro le mosse, più che guidate da scelte ideologiche, saranno ispirate dal pragmatismo e dalla gradualità a cui questo paese ci ha ormai abituati.

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TASSI A ZERO A TEMPO INDETERMINATO: LA FED SI GIOCA LA CARTA DELL’OCCUPAZIONE

L’inflazione potrebbe salire? Non vi preoccupate, la disoccupazione è ancora elevata, più di quanto ci dicano i dati ufficiali.

In un intervento del 10 febbraio scorso all’Economic Club di New York, Jerome Powell, il Presidente della Federal Reserve USA, ha giocato la carta dell’occupazione per ribadire che, se qualcuno avesse mai avuto dei dubbi, le politiche della Federal Reserve non cambieranno per parecchio tempo.

Con un intervento i cui toni non erano attesi, ha affermato che il dato del 6,3% di disoccupazione rilevata è poco realistico e nel paese mancano ancora 10 milioni di posti di lavoro rispetto al periodo precedente la pandemia e la Federal Reserve non cambierà le sue politiche monetarie sino a che il gap non sarà recuperato.

La cosiddetta forward guidance è lo strumento che consiste nell’uso della comunicazione, in contesti che possono essere più o meno formali, per influenzare le aspettative dei mercati ed è diventato sempre più d’uso anche da parte della BCE che dal 2013 lo ha reso esplicito con dichiarazioni puntuali sulle tempistiche dei suoi interventi (sia sui tassi di interesse sia sulle politiche di acquisto titoli).

A fronte dei timori crescenti di inflazione, giustificati o meno che siano (ne abbiamo parlato in un post di pochi giorni fa che trovate qui https://www.dirittofuturo.org/?p=802 ), la Federal Reserve mette le mani avanti e, più o meno esplicitamente, precisa che, anche qualora l’inflazione  dovesse salire, rimane comunque da colmare un grosso gap occupazionale che non viene sufficientemente apprezzato guadando al solo dato della disoccupazione in calo al 6,3% (che era comunque al 3,5% prima della pandemia).

A chiarire quali siano le attese dei “mercati”, l’analisi dei Future sui Fed Fund Rate (contratti derivati sull’andamento dei tassi di interesse interbancari) stima solo un 9% di probabilità di rialzo dei tassi prima della fine dell’anno, la trovate qui https://www.cmegroup.com/trading/interest-rates/countdown-to-fomc.html?redirect=/trading/interest-rates/fed-funds.html%C2%A0%C2%A0.

Insomma, sin qui tutto bene, o quasi…

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LE DISEGUAGLIANZE SONO IN CRESCITA COSTANTE DA QUARANT’ANNI

Nel grafico che qui alleghiamo è mostrata l’evoluzione del reddito lordo in USA dal 1978 al 2019 per due distinte fasce di popolazione. In rosso il 50% con il reddito più basso e in azzurro l’1% con il reddito più elevato. Se nel 1978 la prima categoria percepiva il 20,2% del reddito complessivo del paese, nello stesso anno l’1% con reddito più elevato ne percepiva “appena” una quota del 10,3%. Come si può vedere la tendenza negli anni successivi è stata di una continua diminuzione della quota di reddito guadagnata dal 50% più povero e un aumento di quella nelle mani dell’1% con reddito più elevato. Nel 2019, ultimo anno di questa rilevazione, le due curve si erano invertite e i percettori nella fascia del 50% dei redditi più bassi si ritrovavano con il 13,5% del totale (era il 20,2%), mentre l’1% più abbiente guadagnava il 18,7% del reddito complessivo (era il 10,3%).

Il fenomeno non è diverso se si passa dall’osservazione del reddito a quella della distribuzione del patrimonio (finanziario ed immobiliare). Con questo obiettivo abbiamo confrontato il 50% della popolazione con un patrimonio più basso e l’1% con un patrimonio più elevato, ottenendo risultati simili, ma ancora più marcati.

Se nel 1978 il 50% con meno patrimonio ne possedeva solo il 2,3% del totale, la fascia dell’1% più elevata possedeva invece il 21,5% della ricchezza complessiva. Questa già elevata concentrazione di ricchezza è ulteriormente cresciuta negli anni e se nel 2019 il 50% con patrimonio più basso si ritrovava solo con l’1,5% della ricchezza complessiva del paese (era il 2,3%), l’1% più ricco era arrivato a possederne il 34,9% (era il 21,5%).

La crescita delle diseguaglianze, che si era invece invertita dal secondo dopoguerra sino al finire degli anni ’70, non ha risparmiato alcun paese (anche se negli USA, che qui abbiamo preso ad esempio, è stata più marcata che altrove) ed è stata favorita da diversi fattori. Sicuramente è opportuno menzionare l’evoluzione del sistema fiscale (con una pesante riduzione delle imposte dirette per i redditi più elevati) e l’indebolimento del potere contrattuale dei sindacati nei paesi occidentali. Il fenomeno della globalizzazione pare invece avere avuto un esito più ambivalente. Se nei paesi occidentali ha contribuito all’indebolimento del potere di acquisto dei redditi più bassi (parimenti con l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori), meno univoco in tal senso è invece l’effetto sui paesi emergenti, che in alcuni casi possono avere invece beneficiato del fenomeno, con una crescita della condizione generale della popolazione (si guardino ad esempio la Cina e l’India).

Se è intuitivo il fatto che la crescita delle differenze di reddito abbia influenzato anche la crescita di quelle riguardanti il patrimonio nel medesimo arco di tempo, un ulteriore elemento da considerare è la crescita della dimensione finanziaria dell’economia, che non ha risparmiato alcun paese, ed ha sicuramente esacerbato il fenomeno che possiamo sintetizzare in questo modo: le ricchezze accumulate non vengono reimmesse nel sistema sotto forma di consumi o investimenti, ma rimangono in buona misura investite in rendite o speculazioni finanziarie che tendono ad accrescere maggiormente i patrimoni più grandi, che sono anche quelli che hanno maggiori possibilità di investimento sia in termini quantitativi, sia qualitativi. Le politiche delle banche centrali si sono ritrovate infine, dal 2009 ad oggi, ad iniettare liquidità senza grossi risultati sulla crescita, ma con l’unico obiettivo, per ora raggiunto, di non far collassare il sistema finanziario stesso sotto una montagna di debito spesso veicolato verso forme di investimento finanziario ed improduttivo.

È bene ricordare che l’analisi che qui abbiamo proposto si ferma al 2019, anno precedente la pandemia, che tali diseguaglianze (sono ormai concordi su questo anche tutte le principali istituzioni finanziarie mondiali, incluso il FMI) hanno ulteriormente accresciuto.

La fonte dei dati qui utilizzati è il “World inequality database”, a cui potete accedere utilizzando questo link.

https://wid.world/

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I TIMORI DI INFLAZIONE E LA LEVA FINANZIARIA

Se si sfogliano le principali pagine di informazione economica non si può evitare di notare, da qualche mese a questa parte, un gran parlare di inflazione.

La scorsa settimana il governatore della Bundesbank Jens Weidmann ha affermato che si attende, per l’anno in corso, un rialzo dell’inflazione tedesca del 3%, ben oltre i limiti del target del 2% posto della BCE per l’eurozona. È opportuno ricordare che una tale inflazione in Germania, dagli anni ’90 ad oggi, la si è toccata solo nel 2008, prima della crisi dei mutui subprime. Da allora, nonostante le iniezioni di liquidità della banca centrale europea e i tassi di interesse a zero, nulla di tutto ciò è mai accaduto e l’inflazione in Germania ha superato il 2% solo per brevi periodi. Simile, ma con tassi di aumento dei prezzi ancora più bassi di quelli tedeschi, è stata l’evoluzione dell’inflazione nell’eurozona nel suo complesso, che si è spinta al di là del 2% solo per alcuni mesi nel 2018.

Se si guarda alla situazione attuale della crescita dei prezzi e la si confronta con quella precedente alla pandemia, del resto, poco ci sarebbe da preoccuparsi né si spiegherebbe l’interesse attorno a questo tema (riscontrabile peraltro anche consultando le tendenze nel principale motore di ricerca su internet). Ecco la situazione a confronto nei principali paesi tra il mese di febbraio 2020 e oggi (ultimo dato rilevato di gennaio):

Eurozona: 1,2% –> 0,9%

Germania: 1,7% –> 1%

Francia: 1,4% –> 0,6%

Italia: 0,3% –> 0,2%

Spagna: 0,7%–> 0,5%

La medesima analisi su paesi extra UE non offre risultati molto differenti, anzi, nel caso di Cina e Giappone si osserva una deflazione che non si vedeva, nel primo caso dal 2009 e nel secondo dal 2016.

USA: 2,3% –> 1,4%

Giappone: 0,7% –> -1,2%

Cina: 5,2% –> – 0,3%

Australia: 1,9% –> 0,9%

India: 6,5% –> 4%

Insomma, in nessuna parte del mondo l’inflazione pare essere tornata a livelli pari a quelli precedenti la crisi pandemica, che pur, al netto della Cina, erano comunque valori che facevano rilevare un rallentamento dal 2018.

Allargando lo sguardo, del resto, la tendenza inflazionistica mondiale appare piuttosto chiara ed è di forte declino, come si può vedere nella figura qui allegata che ne mostra l’evoluzione dal 1980 ad oggi. Sulle ragioni del calo tendenziale dell’inflazione si parla da tempo a tutti i livelli in ambito economico, qui ci possiamo quindi limitare a provare a citare alcune di quelle che possono aver contribuito a questo fenomeno: la crescita della globalizzazione e la conseguente competizione internazionale hanno messo sotto pressione i prezzi dei beni oltre che dei salari, il calo demografico tendenziale nei paesi con economie più forti porta ad una minore pressione sui prezzi, analogo effetto hanno la ridotta crescita economica (rispetto al periodo che va dagli anni ’60 agli anni ’80) nelle medesime economie mature (questo ragionamento, sulla crescita del PIL, esonera chiaramente, almeno sino ad ora, alcune economie emergenti dove, non a caso, l’inflazione, anche per la crescita demografica ancora presente, è ben maggiore).

A queste ragioni, che sono fondamentalmente condivise, come possibili “spinte contrarie” ad una salita dei prezzi, se ne aggiungono altre su cui invece il dibattito, anche sulla base della diversa scuola di pensiero economico di appartenenza, è più acceso. La critica di fondo che viene fatta alle politiche delle banche centrali dagli economisti di impostazione macroeconomica keynesiana riguarda l’efficacia stessa delle politiche monetarie per stimolare l’inflazione se non accompagnate da manovre di tipo fiscale che implichino una crescita degli investimenti pubblici e di redistribuzione del reddito. In modo particolare il tema della crescita delle diseguaglianze, un processo in atto almeno dai primi anni ’80 (lo stesso periodo da cui l’inflazione ha iniziato a calare), viene visto come una delle ragioni della scarsa crescita economica e della conseguente stagnazione dei prezzi che finisce per alimentare la bassa crescita stessa. Ne abbiamo già parlato qui:

https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2020/07/Rapporto-OSFI-7-Giugno-2020.pdf

Per tornare ai giorni nostri allora, per quale motivo esiste una preoccupazione crescente per una possibile spinta inflazionistica? Le ragioni sono a nostro parere essenzialmente due.

La prima è che si teme che l’effetto del mix di ripresa economica post pandemica e iniezioni di liquidità delle banche centrali (che sono ulteriormente cresciute dal marzo 2020 e tutt’ora continuano) possa ingenerare tale aumento dei prezzi. È difficile dire quanto questo sia giustificato se si osservano i dati reali. Il quantitative easing è in corso in Europa (con una breve interruzione) dal 2015, in Giappone dal 2013, negli stessi paesi i tassi di interesse sono da parecchi anni a zero o negativi, ma gli obiettivi di inflazione non sono stati affatto centrati. Anche negli USA, l’obiettivo di inflazione della Federal Reserve, dal 2009 ad oggi, è stato superato solo per alcuni mesi nel 2018. In una conferenza stampa di qualche anno fa l’allora Presidente della stessa banca centrale USA Janet Yellen ebbe a dire che “l’andamento dell’inflazione sta diventando difficile da comprendere”.

La seconda ragione ha invece a che fare con quello che è successo in questi anni e che si chiama aumento della leva finanziaria e cioè crescita dell’ indebitamento delle istituzioni pubbliche, ma soprattutto di alcune di quelle private. Nel medesimo report che abbiamo citato sopra avevamo analizzato la crescita del debito corporate (cioè il debito delle aziende) che, soprattutto in USA, ha ingenerato una massa enorme di titoli finanziari a basso rating come i junk bond o i CLO (collateralized loan obligation che sono obbligazioni garantite da prestiti sottostanti spesso classificati come leveredged, e ad alto rischio). È utile notare come dal 2020 il tasso di crescita dello stesso debito definito junk sia aumentato ed abbia iniziato ad essere acquistato sia dalla Fed sia dalla BCE. I soggetti beneficiari di questo denaro sono spesso le cosiddette zombie companies, cioè le imprese i cui costi di finanziamento superano i profitti e che sopravvivono in buona parte grazie ai tassi bassi e alla generosità di prestiti favoriti dalla eccezionale iniezione di liquidità. Il fenomeno è più diffuso negli USA, ma anche l’Europa, seppur in proporzione minore, non ne è immune.

Il paradosso di questi tempi, che mostra la situazione difficile in cui le banche centrali si sono avventurate (ammesso che avessero una scelta), è che se da un lato le politiche monetarie auspicano e sono indirizzate (anche) ad una crescita dell’inflazione, nello stesso tempo non sarà facile decidere cosa fare se tali obiettivi dovessero mai essere raggiunti, ma soprattutto superati. Sarebbe allora il momento, per evitare che l’inflazione cresca troppo, di mettere fine alle politiche espansive e soprattutto di ricominciare ad alzare i tassi di interesse, manovra, quest’ultima, che rischierebbe di mettere fine alla vita di molte di quelle imprese che solo di bassi tassi di interesse (e degli acquisti delle banche centrali) stanno vivendo.

Per un ulteriore approfondimento sul tema dell’inflazione potete consultare questo nostro report.

https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2020/10/Rapporto-OSFI-8-Settembre-2020.pdf

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UNO SGUARDO AL SURPLUS DEL GIAPPONE: ESPORTAZIONI, MA ANCHE MOLTO ALTRO.

Un recente working paper del Fondo Monetario Internazionale che analizza il flusso di investimenti da e verso il Giappone ci permette di mettere in evidenza alcune peculiarità di un paese di cui dalle nostre parti, pur rimanendo la terza economia mondiale, non si legge mai molto.

https://www.imf.org/en/Publications/WP/Issues/2021/02/06/Japans-Foreign-Assets-and-Liabilities-Implications-for-the-External-Accounts-50058

Quando si pensa a paesi come la Germania, la Cina e, appunto, il Giappone, si pensa a paesi “esportatori”, la cui competitività sui mercati esteri (dovuta al costo dei prodotti e servizi, alla qualità tecnologica o a entrambi i fattori) permette loro più che di compensare il deficit che si crea a seguito della dipendenza dall’estero tramite le importazioni (che nel caso del Giappone non è irrilevante dato la sua scarsa disponibilità di materie prime). Così facendo ci si concentra però solo sulla prima componente dei current account, la bilancia commerciale, trascurando spesso l’effetto della seconda e cioè il saldo dei flussi di reddito con l’estero che derivano dagli investimenti, che è altrettanto importante per conoscere in quale misura alla fine di ogni anno il singolo paese si trova in attivo o in passivo con l’estero. È soprattutto sull’effetto dei redditi da investimento che si concentra questo paper, effetti che come vedremo, nel caso del Giappone, sono tutt’altro che marginali, per non dire decisivi per comprendere la sua posizione finanziaria con l’estero.  

Il Giappone, come anche la Germania e la Cina, risulta essere uno dei paesi che negli ultimi decenni ha riportato un costante surplus del proprio saldo delle partite correnti. Questa voce di contabilità nazionale rileva il saldo dei flussi di denaro in ingresso e in uscita da un paese a seguito dell’import ed export di beni e servizi (bilancia commerciale o trade balance) oltre che quelli di redditi da capitale (suddivisi tra investimenti di portafoglio e investimenti diretti all’estero) e ci fa capire in quale misura il paese si indebita o accumula surplus rispetto agli altri. Un deficit costante ed eccessivo può essere un problema, specie per paesi non in grado di reperire adeguati finanziamenti e con poche riserve in valuta estera. A scopo didattico ricordiamo che concorrono al saldo delle partite correnti anche il saldo dei redditi da lavoro (che insieme a quelli da capitale vanno a formare il cosiddetto primary income) e i trasferimenti unilaterali (per l’Unione europea il caso più classico sono i trasferimenti dell’Unione per cui alcuni paesi risulteranno in deficit e altri in surplus) detti anche secondary income.  Il contributo di queste due ultime voci (redditi da lavoro e trasferimenti unilaterali) è però abbastanza marginale e viene sostanzialmente trascurato in questa analisi sul caso giapponese, che verte invece sul contributo che al saldo delle partite correnti (qui current account, CA) danno i redditi che derivano dagli investimenti da e verso l’estero, che come vedremo sono invece tutt’altro che ininfluenti.

La cosa che balza all’occhio dalla figura che qui abbiamo riportato (che è solo uno dei dettagli che potrete trovare nel paper) è infatti come il contributo al saldo positivo del paese (qui analizzato dal 1996 al 2018) arriva proprio dal saldo dei flussi di reddito da investimento più che dalla differenza (pur mediamente positiva) tra esportazioni e importazioni. Per rendere più evidente questo aspetto si potrà notare dalla medesima figura come per ben 5 anni (dal 2011 al 2015) il Giappone abbia avuto un deficit della bilancia commerciale (ha importato più di quello che ha esportato), ma il suo bilancio finale di flusso di denaro (current account) è rimasto comunque in positivo, grazie proprio al contributo dei redditi da investimento.  

I redditi da investimento estero possono essere suddivisi in quelli che derivano dai FDI (foreign direct investment) e quelli che derivano da investimenti di portafoglio in asset finanziari (portfolio investment).

I primi provengono da investimenti nella costruzione all’estero di nuove unità produttive o acquisizione del controllo (anche parziale) di società estere e saranno in buona misura redditi derivanti dagli utili di queste stesse società. I secondi sono invece redditi che seguono investimenti in asset finanziari esteri come partecipazioni in capitale non di controllo di società (equity) o di titoli di debito esteri (debit). Analizzando la struttura della posizione netta del Giappone emergono alcuni ulteriori fatti interessanti che spiegano molto sull’economia (e il sistema finanziario) di questo paese e che lo distinguono da altri (come Cina e Germania) che pur hanno ugualmente un saldo costantemente positivo dei current account. Il risultato netto positivo dei flussi di reddito (surplus) è dovuto più che alla elevata quantità di investimenti fatti all’estero rispetto agli altri paesi, alla maggiore redditività dei suoi investimenti (probabilmente dovuta alla scelta geografica degli stessi), ma soprattutto alla bassissima quantità di investimenti fatti dagli stranieri in Giappone, che si tratti di investimenti reali (FDI) o investimenti di portafoglio. Il saldo è dunque positivo non tanto perché il Giappone riceve molti flussi di reddito dai suoi investimenti esteri, ma soprattutto perché ne escono pochi dal paese, dato che gli investimenti esteri sono bassi. Se si guarda ad esempio alla quantità di stock di investimenti diretti (FDI) fatti in Giappone dagli altri paesi sino al 2019, essi erano pari a circa il 4% del suo PIL. Tanto per fare un confronto, in Italia sono pari al 28% del PIL, in Germania al 45%, in USA al 44%, la media mondiale è del 43% (questi sono dati OECD che potete trovare qui https://data.oecd.org/fdi/fdi-stocks.htm).  Alle stesse conclusioni si arriva se si analizza il saldo dei redditi da investimento estero di portafoglio. Gli investimenti del Giappone all’estero non sono superiori rispetto a quelli degli altri paesi se confrontati con il suo PIL, ma il saldo tra i redditi in entrata e in uscita rimane molto elevato, anche qui, grazie al fatto che gli investimenti in asset finanziari giapponesi sono molto bassi da parte degli stranieri.

Quindi, per riassumere, il Giappone investe molto all’estero e compra parecchi asset finanziari in valuta (soprattutto in dollari, di cui è il principale detentore), ma non in misura così elevata rispetto a quanto fanno altri paesi maturi (anzi in misura a conti fatti inferiore se si considera la dimensione della sua economia), ma sono pochi gli stranieri che investono in asset Giapponesi, sia quelli reali (FDI) acquisendo aziende giapponesi o parti di esse o costruendo lì unità produttive, sia quelli finanziari (portfolio investment) comprando asset denominati in yen, che siano azioni o titoli di debito.

Le ragioni di questo sono legate, nel caso degli investimenti diretti, alla complessità e onerosità che talvolta esiste nel fare business in Giappone per uno straniero, ma anche, scrivono gli autori del paper, alle caratteristiche della corporate governance delle aziende in Giappone che rendono più difficoltoso rispetto ad altri paesi esercitare un controllo anche parziale su una società da parte di “outsider” di minoranza esteri. La crescita degli investimenti diretti esteri in ingresso (FDI inflows) era uno dei punti in agenda della cosiddetta Abenomics, la politica di rilancio del paese inaugurata dal primo ministro Shinzo Abe nel 2013, che pur (su questo fronte) non ha ancora dato risultati apprezzabili.

Nel caso degli investimenti di portafoglio da parte estera (e quindi della bassa quantità di redditi di questo tipo in uscita dal paese) la ragione è egualmente duplice e deriva soprattutto dalla elevata disponibilità di compratori locali istituzionali (come le banche, le società di assicurazione, i  fondi pensione e certamente, negli ultimi anni, anche la banca centrale) che ne assorbono l’offerta, oltre che dal basso rendimento dei titoli di debito giapponesi che non incentivano l’investimento estero (differenza questa che si è pur ridotta negli ultimi anni e soprattutto nel 2020 con l’azzeramento di quasi tutti i tassi di interesse dei paesi maturi).  Quest’ultimo punto (avere una bassa quantità di debito posseduto dall’estero) è di importanza fondamentale per comprendere il motivo per cui il debito pubblico del paese, che ammonta al 230% del suo PIL, è considerato ancora sostenibile dalle principali agenzie di rating e dagli investitori esteri che decidono di acquistarlo. Solo il 10% del debito pubblico giapponese è detenuto all’estero, per fare un confronto con altri paesi, in USA la quota supera il 30%, in UK e Italia è circa il 28%. L’esposizione debitoria con l’estero (soprattutto se in valuta straniera) è considerato un fattore di instabilità finanziaria, specie se la quantità di debito è elevata. Fattore di instabilità che, almeno per il momento, il Giappone è riuscito ad evitare.

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LA CINA DIVENTA LA PRIMA META DI INVESTIMENTO ESTERO

Nel 2020 la crisi pandemica, come prevedibile, ha ridotto drasticamente gli investimenti all’estero che sono scesi, rispetto al 2019, del 42% (un calo superiore del 30% a quello che si era verificato nel 2009 a seguito della crisi dei mutui subprime). I dati sono stati pubblicati in un report dell’ UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) disponibile qui https://unctad.org/system/files/official-document/diaeiainf2021d1_en.pdf.

I Foreign Direct Investment (FDI), vale a dire gli investimenti diretti all’estero, sono gli investimenti fatti in un paese estero che comportano la costruzione di un nuovo impianto produttivo o l’acquisizione parziale o totale (almeno il 10% della quota di controllo) di una società estera. Sono quindi da distinguere dagli investimenti di portafoglio che sono invece investimenti in asset finanziari in un paese estero (come azioni e obbligazioni).

La riduzione del flusso di investimenti in ingresso è stata molto forte per le economie sviluppate (-69%) e meno sensibile per quelle in via di sviluppo (-12%). Pesante la contrazione dell’Europa 27 (-71%) che è addirittura superiore al 100% se si considera l’intero continente (quindi con una diminuzione dello stock) e degli USA (-49%). Gli unici paesi tra quelli analizzati che hanno avuto una crescita del flusso in entrata sono l’India (+13%) e la Cina (+4%) che supera quindi gli Usa come il principale paese meta di investimenti esteri (era al secondo posto nell’anno precedente).

La Cina si è aperta agli investimenti esteri alla fine degli anni ’70 e questi hanno costituito una delle principali spinte alla sua industrializzazione e sviluppo tecnologico. È importante evidenziare come in questo paese gli investimenti esteri, nonostante le progressive aperture negli anni, abbiano ancora limitazioni, spesso a seconda dei settori merceologici. In alcuni di essi gli investimenti esteri non sono possibili, oppure limitati a quote di minoranza che escludono il controllo delle società.

E’ utile ricordare come nel mese di dicembre sia stato firmato un accordo tra la stessa Cina e l’Unione Europea, il Comprehensive Agreement on Investment (CAI) che, una volta approvato dal parlamento europeo, stabilirà regole di reciprocità tra i due paesi che dovrebbero ulteriormente favorire (a parità di condizioni) gli investimenti Europei nel paese ed estendere la possibilità di investire in settori non prima accessibili.

Un approfondimento del sistema economico e finanziario di questo paese è disponibile nel nostro ultimo report scaricabile a questo link https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2021/01/OSFI_Scenario_di_finanza_internazionale_n_9_dicembre_2020.pdf 

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GAMESTOP E IL SOGNO DI ESSERE ROBIN HOOD COMPRANDO OPZIONI

Nei giorni scorsi abbiamo sentito parlare ovunque del fenomeno GameStop, la vicenda è arrivata anche sulla scrivania del nuovo Segretario al Tesoro Usa Janet Yellen (ex Presidente delle Federal Reserve), che ha chiesto di “valutare eventuali azioni” di cui al momento, comunque, non si vede traccia.

Detto in breve, le azioni di una società con un business in forte crisi (vendita di videogiochi tramite negozi su strada) sono passate in pochi giorni dal valore di circa 20 dollari a quasi 500, per poi scendere con maggiore rapidità sino a circa 50. Il fenomeno del “pump and dump” non è sicuramente cose nuova. Far salire un titolo azionario in modo da innescare una euforia collettiva, seppur immotivata, e poi rivenderlo molto vicino ai massimi a discapito di quanti sono entrati nella parte finale della corsa, sono cose che sono sempre successe. Anche chi si è limitato negli anni a seguire la borsa italiana ricorderà sicuramente nei primi anni 2000 fenomeni come questo.

Ora però gli anni della bolla di Internet sono abbastanza lontani e buona parte di quanti oggi si stanno gettando a capofitto in questa ed altre speculazioni non li ha certo vissuti.

Nel caso di GameStop è stata sicuramente diversa la dinamica attraverso cui è stato veicolato il messaggio e il titolo coinvolto non era propriamente un titolo “sottile”. Ai tempi della bolla di Internet non esistevano i social network (ma già esisteva il trading online) e si utilizzavano il passaparola e le catene via mail, o più semplicemente si era catturati dall’effetto, umanamente comprensibile, della paura di perdere il treno in corsa: quando si vede un titolo che sale viene spontaneo affrettarsi a comprarlo per paura di perdere l’occasione della vita. Il trading, si sa, è favorito da istinti abbastanza primordiali, a cui talvolta si aggiunge purtroppo la tendenza ludopatica di molti pseudo operatori. Nel caso di GameStop il principale veicolo del messaggio di gettarsi a capofitto sul titolo, pare sia avvenuto su un social network usato soprattutto in Usa: Reddit. La logica è stata quella di cercare di far salire il titolo che i grossi investitori (in buona parte hedge funds) stavano invece cercando di far scendere (GameStop risultava infatti uno dei titoli più venduti allo scoperto, su cui quindi esistevano grosse “scommesse” al ribasso). Anche lo strumento utilizzato è stato diverso dagli anni della bolla di Internet, sono state infatti utilizzate soprattutto le opzioni: strumenti derivati che permettono rischiando poco denaro (al massimo il valore stesso della opzione) di “scommettere” sulla salita di un titolo sottostante con attese di guadagno (se le cose vanno bene) molto elevate, dato che permettono di investire sul medesimo titolo a “leva”, moltiplicando quindi il valore dell’investimento (e del potenziale guadagno). L’acquisto di tali opzioni ha innestato un massiccio acquisto dello stesso titolo sottostante (GameStop appunto) che ha costretto alcuni grossi investitori che avevano scommesso a ribasso (con posizioni cosiddette short) ad uscire dall’operazione, il che non si può attuare in altro modo che comprando il titolo stesso (che prima si era venduto allo scoperto, cioè senza averlo, ma chiedendolo in prestito). Tali chiusure di posizione massive (che sono appunto altri acquisti) di chi era “short” sul titolo (il fenomeno è noto come short squeeze), hanno innescato quindi una ulteriore salita del titolo che è arrivato a toccare quasi 500 dollari. Quello che è successo dopo è noto (oggi vale circa 50).

La cosa che più ci pare interessante non è però scendere ulteriormente nei dettagli tecnici di questa operazione, quanto il fatto che pare ormai chiaro che, a distanza di poco più di 20 anni, si stiano vivendo logiche molto simili a quelle degli anni della bolla di Internet (1999 – inizio 2000) che poi finirono male per molti.

Nel mese di maggio del 2020 (2 mesi dopo lo scoppio della pandemia) è stata svolta un’indagine da parte della società Envestnet Yodlee sui conti correnti degli americani che hanno percepito indennità statali e sussidi sotto diverse forme a seguito della crisi di coronavirus. Per alcune fasce di reddito (tra i 35.000 e i 75.000 dollari all’anno) che avevano ricevuto contributi contributi statali a seguito della pandemia, la voce “acquisto di titoli” è stata preceduta solo da quella “risparmi” e “ritiro contante per spese correnti”. Altrettanto interessante è notare come nell’anno 2020 negli stessi Usa sia stato rilevato un aumento senza precedenti dell’apertura di conti online di trading (oltre 10 milioni). Il fenomeno riguarda in buona parte società di brokeraggio che permettono di operare con commissioni azzerate, una per tutti è la piattaforma della società Robinhood Markets Inc, più semplicemente nota come Robinhood, che nel solo mese di dicembre dello scorso anno ha registrato 500.000 download della sua app. Il nome della piattaforma è significativo per immaginare quelle che vorrebbero essere le sue intenzioni, permettendo ai piccoli risparmiatori di accedere con facilità al mercato e (il ragionamento è nostro ma il nome ci ha aiutato) arricchirsi anche loro, magari a danno dei più ricchi (del resto la logica, se vogliamo pseudo ideologica, dell’operazione GameStop non era altro che questa). La piattaforma permette un facile accesso ai mercati non solo per le commissioni azzerate, ma anche perché è possibile operare su strumenti che replicano l’andamento non solo delle azioni ma anche di frazioni di esse: alcuni titoli hanno raggiunto prezzi relativamente elevati, le azioni Amazon ad esempio valgono più di 3000 dollari, cifra che alcuni probabilmente non si potrebbero permettere, ed ecco quindi l’utilità del frazionamento, così da permettere anche ai meno abbienti di partecipare al  gioco.

I cicli di borsa sono più o meno tutti uguali, anche se quello in cui ci troviamo è stato il più lungo di sempre in termini di salita (partiamo di fatto dal 2009) e passano da una fase di accumulazione, che riguarda prevalentemente i grandi operatori per poi terminare in una di euforia irrazionale in cui vengono coinvolti anche quelli piccoli. I mercati azionari salgono non solo perché gli operatori sono disposti a comprare azioni a prezzi sempre più elevati, ma anche perché entrano in continuazione nuovi operatori sul mercato che forniscono nuova liquidità. Uno studio di DB del 2019 che trovate qui a pag. 10 https://www.dirittofuturo.org/wp-content/uploads/2020/07/Rapporto-OSFI-7-Giugno-2020.pdf mostrò che il rialzo azionario era stato guidato sino a quel momento soprattutto dai cosiddetti buyback della aziende quotate, che consistono in riacquisti di azioni proprie che permettono di aumentare la redditività per gli azionisti aumentando i dividendi incassati e sostenere il valore del titolo, impiegando così la propria liquidità per ricomprarsi le proprie azioni piuttosto che facendo ad esempio nuovi investimenti. Il fenomeno della salita del mercato azionario più lunga della storia è sicuramente stato favorito dalla enorme immissione di liquidità da parte delle banche centrali e dai tassi di interesse azzerati ormai da parecchio tempo (anche in Usa dal marzo 2020). Sarebbe interessante un aggiornamento del medesimo studio fatto ora, perché se nel 2020 i buyback sono lentamente diminuiti dopo la pandemia, l’impennata delle borse nello stesso anno è continuata ancora più forte di prima, e quindi molto probabilmente questa volta anche per merito dei piccoli operatori che, tramite piattaforme come  Robinhood, sperano di poter con facilità prendere i soldi ai più ricchi. Quello che succederà quando questo apporto di liquidità da parte di quello che poco elegantemente viene chiamato parco buoi verrà a mancare a causa dello sconforto per le rapide perdite (come quelle in cui sono accorsi alcuni degli ultimi che si sono agganciati al treno chiamato GameStop) non è dato saperlo, considerando che la Federal Reserve è riuscita già due volte (alla fine del 2018 e nel marzo del 2020) a salvare i mercati dalla capitolazione. È anche vero che tutti gli strumenti a sua disposizione paiono ormai essere stati spesi e ci si chiede dopo il quantitative easing illimitato e i tassi ormai a zero che cos’altro ci si potrà mai inventare per continuare ad alimentare il sogno di una crescita illimitata dei mercati azionari e per qualcuno di fare quello che faceva Robinhood.   

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RICERCA DELLA LONDON SCHOOL OF ECONOMICS: RIDURRE LE TASSE AI PIU’ ABBIENTI NON PRODUCE EFFETTI MACROECONOMICI POSITIVI

Una recente ricerca empirica del’International Inequalities Institute (III) della London School of Economics and Political Science che trovate a questo link http://eprints.lse.ac.uk/107919/1/Hope_economic_consequences_of_major_tax_cuts_published.pdf 

ha analizzato i dati relativi ad un periodo di 50 anni (dal 1965 al 2015) relativi a 18 paesi OECD, cercando correlazioni causali tra i tagli alle tasse avvenuti nel corso degli anni sull’1% della popolazione con redditi più elevati e altre variabili di tipo economico come le diseguaglianze di reddito, la crescita del reddito complessivo e la disoccupazione.

Quanti sostengono l’utilità di simili interventi di riduzione fiscale anche per le fasce a reddito molto elevato, ne sostengono anche l’utilità per la collettività in termini di maggiori investimenti, crescita economica e quindi occupazione.

Se i risultati della ricerca indicano da un lato una crescita delle diseguaglianze (con un aumento del reddito medio dell’1% di popolazione con reddito più elevato, sia nel breve sia nel lungo periodo) d’altro canto non sono stati evidenziati nei medesimi periodi benefici derivanti da tali interventi fiscali, né sul fronte della disoccupazione né su quello del PIL pro-capite dei rispettivi paesi.

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